La strada sale, sale come non ti immagineresti possa salire, in Franciacorta.
Le piane appena ondulate di Erbusco, di Adro, la lingua piatta dell’autostrada, sono lontane come un altro pianeta. Qui siamo in montagna. Monticelli Brusati, ad essere precisi, sopra un cucuzzolo che rappresenta “Il Dosso”. Il terreno è scosceso in maniera impressionante: disegna triangoli di colture che si inabissano sotto lo sguardo, per aprire l’orizzonte ad altre curve e linee sfuggenti, verdi e alberate.
C’erano dei cingolati parcheggiati sotto il portico e già pensavo fosse una follia con quelli, entrare a lavorare nel vigneto. Non mi ci avventurerei che a piedi, tra quei filari e magari pure con una certa imbragatura.
Insomma, Michele produce il suo vino qui. Con sistemi biologici e difendendosi pure dai cinghiali che scorrazzano impunemente per queste lande. Difendendosi anche dal turista che sciama per la regione sull’onda del festival? Onore/onere di una piccolissima cantina, del resto: non vedersi sfilare davanti l’ingresso pullman ricolmi di ignoranti aspettative/voler lavorare per sè, ma dovendo cercare di farsi conosce per poterlo fare.
C’è di bello quest’aria gioiosa, nel festival, e la possibilità di inciampare casualmente in alcune dritte del caso. Così, un anno fa, mi imbattevo in Coghi, che raccontava e faceva assaggiare i vini da Faccoli; e mi nominava questa azienda, Il Pendio, dove facevano cose notevoli.

Il taccuino prevedeva, allora, altre tappe e così c’è passato del tempo prima di arrivare qui in montagna. Però… Quando si dice “vale il viaggio”! Capito lì la domenica dopo pranzo e subito ho l’impressione dello spavaldo che arriva dalla città a rompere le scatole per due bottiglie. L’atmosfera è decisamente quella di una tavolata di amici in giorno di festa: non ci sono hostess, non ci sono prenotazioni o biglietti d’ingresso, non ci sono code di gente in trepida attesa… E, del resto, dove potrebbero mai mettersi? Tra la strada che è stretta e ripida e non c’è nemmeno lo spazio per parcheggiare, e l’ingresso che è sotto il portico ed è proprio quello dell’abitazione, e la cantina che è lì nascosta incastrata dove la strada già diventa sentiero e si inerpica nella vigna… Mi faccio vedere alla porta aperta, che ha l’aria di essere quella del magazzino: ecco, il viso conosciuto di Coghi, almeno ho un aggancio, e subito via con il giro della cantina e la spiega del lavoro e delle terre d’intorno, e poi lì sotto quel portico, alla tavola appena sparecchiata, bersi qualche bicchiere in compagnia del produttore, dell’enologo, di visitatori da Vicenza, di amici che vanno e vengono continuamente. In un attimo, così, mi ritrovo immerso nella stessa atmosfera che mi pareva, all’arrivo, di interrompere e guastare. E che spettacolo, questo modo di “degustare”! Si beve ognun per sè e ognuno può dire “mi piace, non mi piace”, e il perché e il percome; ma nessuno pretende, nessuno tiene in mano il vocabolario del perfetto sommelier e la libertà di dire o di starsene sul bicchiere è meravigliosa e totale. Dico solo che, infine, arrivato il giorno prima come dono di amici, circola sulla tavola un avanzo di Meursault, del grande vecchio Albert Grivault… Che gente, questi del Pendio!

Michele, dicevamo. Produce i suoi vini come per cercare di mettersi in cantine delle bottiglie eccezionali. Poi, per quanto piccola possa essere l’azienda, ha certo un bell’esubero da un consumo solamente personale e quindi li vende: per fortuna, perchè così li si può assaggiare. Questa è l’impressione che ho avuto accostandomi ai suoi Franciacorta: una produzione curatissima, a partire dal campo e poi fino alla bottiglia, in cui tutto rientra con i propri equilibri e soprattutto i propri tempi. La terra, la pianta, il frutto, la mano, il lievito, la pazienza… Sono bollicine elegantissime, con i muscoli sotto il vestito della festa.
Il Pinot Bianco che interviene nella cuvée Cunvai, è una chicca incredibile: un’avvolgenza straordinaria al palato, davvero la definizione perfetta di satén. E dire che nasce da un “errore”, dallo shock termico subito dalle bottiglie durante la seconda fermentazione: un residuo zuccherino che si nota e di una bella rotondità al bicchiere, quasi già un antipasto più che solo aperitivo!
Il Contestatore, invece, è lo Chardonnay in purezza con il suo strascico di crosta di pane, che in Franciacorta ti aspetti. Ma questo è un pas dosé; questo è praticamente un vino di montagna: fine, persistente, elegante, sì ma con una freschezza sulla lingua e una sapidità che ti ripulisce da qualsiasi idea standard tu abbia sul metodo classico!
Brusato è l’altro Chardonnay, definito extra brut in etichetta, ma praticamente anche lui pas dosé, non essendoci aggiunte durante la sboccatura. Il residuo zuccherino è naturale. In un doppio senso, mi par di capire: naturale perché non indotto, e naturale perché così l’ha fatto la natura, questo vino. Insomma, se c’è dello zucchero che deve depositarsi sul fondo, non ci si può far niente; se la presa di spuma pretende quarantotto mesi, non ci si può far niente; se la grandine ti vendemmia i filari a inizio estate o se il sole ti matura le uve perfettamente, non ci si può far niente… Il Pendio è la voce della natura.

Dulcis in fundo, come si conviene, e la citazione è parecchio indovinata: Blanc de Noir pas dosé, che quasi lo si poteva anche battezzare “Rosé de Noir”, tanto il Pinot Nero ha lasciato la traccia seppur le bucce siano rimaste lì pochissimo a spennellare il mosto. Ricco di frutto di bosco e di struttura, freschissimo e sapido: una meravigliosissima sorpresa, pieno al palato e golosissimo.
Il Pinot Nero lo trovo anche vinificato in purezza nell’etichetta La Valletta. Il Cabernet Franc, invece, va a costituire un’altra bottiglia, La Beccaccia. Un uvaggio Cabernet Franc e Merlot, infine, per la Etichetta Rossa. Degustazioni che mi riserverò più in là, aprendo il mio bel cartone che ho raccolto come souvenir di una originale gita in campagna.

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