La Vite

Affondano le radici nella sabbia, queste viti di Fortana.

Che non è come dire affondare nell’argilla mista a sabbia, nel calcare stratificato a sabbia, nello scisto cementato con la sabbia…

Vuol proprio dire piantare una barbatella in spiaggia: come scavare per costruire un castello di sabbia e invece erigere un castello di sogni arborei e fruttuosi. Oggi sono i Lidi Ferraresi lungo questa costa e una turista di lunga data di questi luoghi ammette candidamente di non aver mai saputo ci fossero delle vigne, da queste parti. Tutto è nascosto e silenzioso, immagine speculare della comunità del delta, chiusa intorno al riserbo di persone dedite al proprio lavoro, alla propria vita. Ma giusto dietro quella Duna della Puja – che corre lungo il litorale e ora semplice cordolo nascosto dagli arbusti e nemmeno distinguibile più in altezza dal resto della piana – si sviluppa orgoglioso il vigneto, autoctono fino al midollo. La sabbia non è la marna delle Langhe o il calcare di Borgogna. Ma il vanto di queste viti di Fortana sta proprio nell’essere sempre state di questo posto: il piede franco scava oggi come al tempo dei Romani, beffardo germoglio contro l’insistere della mortale fillossera. Il bisogno d’innestare su piedi d’oltreoceano, non ha qui trovato di che attecchire: sempre salde si sono mostrate le radici sulla sabbia, al pari di bibliche case costruite sulla roccia, perché il propagarsi dell’infetto insetto da una pianta all’altra trovava insuperabile ostacolo nel crollo del cunicolo che andava approntandosi… Dimodochè, diremmo che sulla sabbia la fillossera si scava la tomba con le proprie zampe. Sorpresa suprema, allora, nel vedere in atto un espediente letto sinora sui libri di studio e descritto ancora in epoca remota da quel primo tra gli agronomi scientifici, che fu Columella: il sistema di moltiplicazione della vite per propagazione, ossia affondando un ramo tenuto appositamente lungo nel terreno, facendolo rispuntare come un germoglio; col tempo, lo sviluppo del suo apparato radicale ne farà una nuova pianta. Un percorso che non si può seguire su altri terreni, perché la vite che ne risulta sarebbe subito facile preda dell’acaro famigerato.

La Sabbia

Impressionante appare lo spazio concesso a queste piante, l’ampiezza ariosa che si spalanca tra un filare e il successivo. Davvero, il sesto d’impianto pare la misura di un viale alberato, una Via della Conciliazione che prosegue fino al mare. Le genti di questa terra non erano avvezze ad una produzione vitivinicola che fosse orientata al mercato e ai “foresti”: del resto, Venezia è un po’ più in alto e il suo luminoso navigare poco contagia lo splendido isolamento dei litoranei. L’uva, quindi, per pigiarci un vino protagonista della mensa, per le bottiglie ai parenti, agli amici e nulla più. Siamo nell’immediata precedente generazione, se non proprio in questa attuale, a cercare i nuovi volti del vino come lavoro di sostentamento. Tutta quella terra, allora, faceva gioco ad altre colture essenziali: le verdure – perché no? – o l’erba medica e, magari, periodicamente il semplice gerbido, a ritemprare il sottosuolo con un meritato riposo. Potrebbe così parere una vendemmia semplice ed agevole, purtuttavia nella sabbia il piede affonda e con il caldo è polvere, con la pioggia è fango. Sotto il peso dei passi dei vignaioli o delle ruote dei mezzi, la sabbia si compatta, in certa misura; ma distante, comunque – altra sorpresa – dall’amalgamarsi dell’argilla, che di finezza insuperabilmente maggiore è fatta: la granulometria seppur impalpabile della sabbia non le permette, infatti, di giungere a compattarsi, come invece è capace di mutarsi l’argilla, che diviene vera e propria lastra, più o meno profonda e addirittura impermeabile.

L’altezza del terreno anch’essa muta stagionalmente. Le radici devono ben respirare nei mesi afosi della canicola e si provvederà, quindi, a scavare lungo tutto il filare una sorta di canale; si dovranno, nella medesima stagione, strappare le infestanti che naturalmente crescono tra le viti, e ammassarle al centro del passaggio. Serviranno, queste erbe essiccate, nella stagione autunnale, quando vi si andrà a colmare il canaletto in modo che le radici possano rimanersene calde durante l’inverno e protette dai parassiti grazie all’azione del decomporsi di queste – una volta – erbacce.

Il Mare

Il racconto di chi questa terra la coltiva e la vive è profondo e appassionato, un percorso scavato verso il centro della terra contro l’aleggiare superficiale e stupito del mio ascoltare e fotografare. I miei piedi si muovono sopra un terreno che in epoche nemmeno tanto preistoriche non c’era, lasciava posto all’acqua salata. Siamo presso un litorale, certo: molto semplice recepire come il mare fosse ovunque. Ma la capacità di affioramento di quel sale antico, ancora sì potente che in alcune zone nemmeno permette l’uso dell’acqua di falda per l’irrigazione, è una questione che il mio Virgilio ha dovuto faticare per capire. L’indomita curiosità di Mirco Mariotti lo spinge a studiare addirittura le variazioni di conformazione del fondale, per fargli scoprire come, nei pressi più vicini al mare odierno, si innalzi una sorta di barriera rocciosa che racchiude in conca la zona antistante: qui dentro, l’acqua marina ha stagnato più a lungo, impossibilitata a defluire verso il largo, e il sale vi si è maggiormente concentrato; tanto che ancora, in quelle zone, esprime la sua forza incompatibile alla coltivazione.

L’Uomo

La traduzione enologica di questo rendez-vous del mare con la sabbia e con il lavoro dell’uomo è sempre eclatante. Un meritato plauso devo riservare ad un esperimento che la generosità di Mirco ha voluto concederci all’assaggio, durante la festosa cena del manipolo vinixiano: un Metodo Classico Rosè,  elaborato con uve Nebbiolo e Fortana, vinificate separatamente e ognuna nella propria terra d’origine per essere poi riunite in un finissimo esempio di bollicina. Non sono un fautore del Nebbiolo spumantizzato; anzi, posso sinceramente ammettere di esserne certo avversario. Ma il connubio presentato a quella tavola mi ha incuriosito, prima, e poi subito conquistato: la Fortana apportava un corpo e una vena sapida molto decisi, ben in equilibrio nell’acidità spiccata del sorso. Una bollicina davvero fine e cremosa era la splendida cornice di un quadro ottimamente dipinto.

Montuni, chi era costui? Solo il giorno dopo avremmo incontrato in Vinessum il “Mai Sentito!” e non potevamo quindi spendere questa espressione alla tavola del sabato sera. Ma la personale ignoranza in questione era totale… Finchè salta fuori dal cilindro di Mariotti una creatura parecchio strana: Malèstar, appunto! Che di questo vitigno dimenticato e vagamente recuperato è figlio. Affascinante scoperta! Un bianco spesso, con quel carattere sapido che invade tutta la bocca e lascia quasi l’amaro come fodera, le gengive pulsanti e ancora una sete interessata.

Il fascino di questa visita risiede tutto nelle particolarità. Del luogo, così caratterizzato dalle acque, sospeso com’è tra il grande fiume, il mare aperto e l’antica palude conquistata dagli Estensi all’agricoltura. Della persona, Mirco Mariotti: un produttore di vini, soprattutto un uomo curioso, che è la più bella attitudine dell’essere umano. Il suo voler conoscere a fondo e quindi condurre in porto le potenzialità di queste vigne, che sono la sua terra, è ammirevole: per via che i vitigni non sono famosi e hanno dunque bisogno di fede; per via che è più facile abbandonare una zona complicata, piuttosto che sudare per valorizzarla. Per via che traspira passione e voglia di raccontarla: e già questo solo basta, a me, per farne persona degna di essere ascoltata e applaudita.

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