Vini d'Abruzzo, articolo

C’era di fronte un olmo avvolto da un rigoglio d’uva luccicante.

Elogiato l’olmo insieme alla vite che l’accompagnava, disse:

“Però se questo tronco se ne stesse lì celibe, senza tralci,

non avrebbe nulla di attraente se non le proprie fronde.

E anche la vite, che si abbandona abbracciata all’olmo,

se non gli fosse unita, per terra giacerebbe afflosciata.

Così Ovidio, nelle sue Metamorfosi. Nativo di Sulmona, attesta in questo passo il tradizionale metodo di coltivazione “a vite maritata”. Antico, antichissimo: ancora risalente agli Etruschi e al giorno d’oggi conservato quasi unicamente come documento storico, come museo vivente delle antiche pratiche agricole, in sparute aree del teramano.

Una regione dominata dalla grande montagna, l’Abruzzo: il Gran Sasso e la Majella scolpiscono tutto il territorio centrale e aprono valli dirette alla scarsissima piana verso il mare, dove andavano a sfumare le transumanze antiche. È l’idea di una natura ancora alquanto selvaggia e intatta, simboleggiata dallo spirito indomito, rassicurante ma feroce, dell’orso.


COCOCCIOLA 2017 [Cantina San Giacomo, Rocca S. Giovanni, CH]

Una realtà produttiva molto vasta, estesa su circa 300 ettari. Una cantina sociale che conta circa 200 soci. Siamo decisamente oltre i più grandi numeri che solitamente circolano per il Sommelier Social Club: ma a buon diritto abbiamo chiamato in causa Cantina San Giacomo, capace di vini ben fatti, interessanti e per nulla scontati. Per esempio, sono interpreti di un vitigno come la cococciola, sconosciuto ai più, anche in patria immagino.

Squillante nel calice, questa cococciola ha un bel naso dritto, verticale, improntato al vegetale e alle erbe aromatiche. Un accenno di salino poi, qualcosa che mi fa pensare a rocce di quarzo. Erbaceo, pulito e intenso, con un certo vagheggiare anche floreale. In bocca ha un attacco davvero salato, rinfrescato da una acidità ben sostenuta. Ci sono i richiami alle erbe aromatiche ed emerge infine una certa nota glicerica, a donare un che di morbidezza che non guasta. Senza fronzoli.

VINO BIANCO CANCELLI 2017 [Rabasco, Pianella, PE]

Iole Rabasco conduce secondo i princìpi della biodinamica i suoi circa 9 ettari di vigneti, divisi in quattro parcelle. Da cui, ogni anno, estrae le espressioni tipiche della sua terra: il bianco Trebbiano, il rosso e il cerasuolo Montepulciano. Vinificazioni estremamente naturali e affinamenti diversi, a seconda dell’etichetta di riferimento. 

Bianco da uve trebbiano, vigneto Cancelli. Giallo e velato. Il naso è dominato dalle note macerative: par proprio di sentire la frizione che le bucce fanno tra di loro nel contendersi lo spazio liquido del mosto. Tini aperti, lieviti indigeni, nessun controllo delle temperature: ci vuole la pazienza di dare ossigeno e aspettare l’emergere di nuovi sentori caldi, come la sabbia, come la paglia. Profumi non complessi, ma buoni e confortevoli, piacevoli, semplici ma affatto banali. Poi c’è la cesura dell’assaggio, quasi potente invece: sapidità a manetta e una sensazione quasi densa, una polpa che avvolge la bocca. Lunga persistenza per un vino che l’etichetta descrive “da pasto”… Avercene, pause pranzo di questo livello!

SENZANIENTE PECORINO 2017 [Marina Palusci, Pianella, PE]

Massimiliano d’Addario, già famoso per la produzione di un olio extravergine d’oliva sopraffino, è l’artefice dei vini dell’azienda di famiglia. Diverse linee di produzione proposte, tra cui le etichette Senzaniente: zero chimica in ogni passaggio, puro succo d’uva fermentato.

Eccolo, il pecorino nature, uno dei simboli dell’ampelografia abruzzese. Non serve nemmeno versarlo nel calice per farsene un’idea, perché la trasparenza della bottiglia bottiglia è studiata per far tutto risaltare, appositamente: un oro puro, lucente, ricco e meraviglioso. Il naso stesso è un’idea di calore avvolgente, ricco di profumi di erbe essiccate e con una punta leggera di salamoia. Rimandi alla polpa di frutti gialli. L’assaggio è sapido, quasi tannico. Richiami retronasali di frutti e di erbe, rosmarino e profumeria. Una complessità leggiadra, di certa persistenza e finezza.

LUCIGNOLO 2017 [Podere San Biagio, Controguerra, TE]

Incontrato in fiera, in quel di Piacenza, Jacopo Fiore si è presentato subito in linea con una certa nostra visione del vino: immediato, entusiasta, curioso e creativo.

Un uvaggio tra classico e raro, in questo calice: trebbiano e malvasia, coltivati in unico vigneto che vanta su per giù 60 vendemmie… Raccolti e vinificati insieme, con una macerazione in anfora di circa 90 giorni. Un vino che subito dichiara d’aver bisogno di respirare: aria fresca per queste note immediate di riduzione. L’ossigeno – che ricordiamo essere l’amico insostituibile dei vini vivi e vegeti –  apre il vaso dei profumi e delle sensazioni: gli effluvi di salmastro spiccano decisi, gusci e conchiglie, cozze e alghe. Ho un immediato ricordo dei colori a tempera con cui pasticciavo da bambino, con quell’effimero vagheggiar di petrolio. Il mare investe il sorso con potenza iodata, poi la stesa d’ulivi e il tannino presente. Ancora, aromi che parlano d’infusi, tisane, erbe, camomilla. E poi sale, sale, sale…  

LUSIGNOLO 2014 [Feudo d’Ugni, S. Valentino in Abruzzo Citeriore, PE]

Non ci sono parole per raccontare l’amore per questo lavoro da parte di Cristiana Galasso, una vignaiola che vive letteralmente in mezzo alla natura. Coltiva la terra per grazia di Dio e ammira il cielo di tra le fronde dei suoi ulivi. Ai piedi della montagna, con cui condivide il carattere roccioso e affascinante. Una donna con il coraggio del lupo, ma l’indole indipendente dell’orso.

“Dal basso latino Lusciniolus, diminutivo di Luscinia, voce composta di lux, luce e cinia, usato nei composti per càno, io canto; quasi dica che canta nel crepuscolo”.

Montepulciano. In tutto il suo rosato splendore. Il profumo immediato è uno sciroppo di lampone, sottile, dolce e acidulo. Piuttosto ritroso e introverso, occhieggia con l’idea di un salino potente, lì sotto. Una certa nota fumé si palesa curiosa. Assaggio senza indugio: caldissimo, con una morbidezza finissima e una sapidità penetrante. Intensa la freschezza che lavora dietro le quinte.

Quale distanza dall’assaggio d’un paio d’anni fa, con quelle note acetiche baldanzose e penetranti: due vini ben diversi, sempre caratterizzati.

ANIMAERRANTE 2017 [Di Cato, Vittorito, AQ]

Mollare un lavoro sicuro per affidarsi alle imprevedibilità della terra: è la scommessa che ha voluto giocare Mariapaola Di Cato, irrefrenabile pendolare fra Pavia e il suo Abruzzo.

Deve esserci in lui stesso qualcosa di errante, che trovi la sua gioia nel mutamento e nella transitorietà: le parole di Nietzsche, per raccontare che questo montepulciano è destinato a evolvere e poi finire. Perché è buono! Comme il faut, direbbero i francesi: è buono così, così come deve essere, con la giusta dose di rusticità, complesso il giusto, completamente equilibrato e compulsivo. I suoi profumi sono vinosi, giovani e vitali; ma anche di espressione seria, come la frutta scura e d’indole saggia, come gli afflati boschivi, umidi di terra e secchi di corteccia. Le note ferrose sono l’apice del contrasto che risulta tra il confortevole calore iniziale e il pungente freddo emergente. Ah, ma l’assaggio parla proprio del vino sincero dell’oste! Goloso e con un’acidità presente. Tannico quanto basta. Note intriganti d’amaro di radici. Succoso. E poi è finito. Vero.

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