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Spagna: terra di estrema natura

20191118_Estremamente Spagna

La Spagna si rivela una terra interessante e decisamente meritevole di una rilettura.

Distesa lì un po’ ai margini dell’Europa, fa spesso dimenticare di essere da tempo il primo vigneto mondiale per estensione e sempre ai vertici della produzione, per quanto riguarda gli ettolitri vinificati ogni anno. Ma la cosa più caratteristica ed entusiasmante riguarda le uve diffuse nella penisola: forse mai come qui, i vitigni internazionali sono relegati in soffitta, a tutto vantaggio delle centinaia e centinaia di autoctoni veraci. E questa attenzione al dettaglio territoriale si palesa in una riscoperta delle differenze nella produzione, che si discosta alquanto – ormai e per fortuna – dalla classica idea di vini palestrati e muscolari, tutta struttura e niente emozione. Va di pari passo, questo risveglio della sensibilità dei vignaioli, con la diffusione dell’idea di vino naturale: che, guarda un po’, difficilmente viene accostata al territorio iberico, quanto più spesso a Francia in primis e poi Italia.

Anche in Spagna, invece, abbiamo potuto incontrare validissimi esempi di vinificazioni senza chimica e tutte votate all’esaltazione della vigna in cantina. Nelle regioni e denominazioni più nascoste, che forse meglio si prestano alle sperimentazioni, non avendo nulla da perdere, si direbbe. Ma anche, più sorprendentemente, nelle grandi e famose regioni come Rioja e Ribera del Duero…

Una serata, quindi, che non poteva più attendere. E che serata!


FANFARRIA BLANCO 2015 [Dominio del Urogallo, Cangas del Narcea, Asturie, Galizia]

Albarin Blanco, Albillo. 12,0% alc. vol. VINO DE MESA

Fermentazione spontanea con lieviti indigeni, in barrique borgognone a bassa tostatura. Affinamento per circa 18 mesi in piccole botti usate di rovere e in acciaio. Nessuna chiarifica, né filtrazione; nessuna aggiunta di SO2. Pratiche biodinamiche.

Un naso molto pulito. Floreale e fruttato di mela, con sentori dolci e aciduli. I profumi suggeriscono una beva secca e tesa: l’idea che si forma è quella di una cava di pietra, della polvere da sparo.

In bocca è subito un tripudio di sapidità, tanto da dare quasi l’idea di frizzantezza. Sorso caldo, bellissimi richiami agrumati.

LA CANYA 2018 [Oriol Artigas, Alella, Barcellona, Catalunya]

Pansa Blanca, Garnacha Blanca, Godello. 11,5% alc. vol. VINO DE MESA

Fermentazione spontanea, lieviti indigeni. Maturazione per circa 10 mesi in acciaio, sulle fecce fini. Nessuna chiarifica, né filtrazione. SO2 totale: circa 30 mg/litro. Conduzione biologica.

Si annuncia con una lievissima nota di riduzione che necessita di qualche momento di aerazione. Il naso rimane alquanto ritroso, su toni terrosi e con una sensazione d’infinitesimale acetica. Poi si fa più tondo, volgendo verso una idea quasi aromatica e mantenendo una nota centrale di vegetale fresco.

Il sorso è caldo e sapido, con una netta sensazione amara di malva, di decotto.

TRAGOLARGO BLANCO 2018 [Vinessens, Villena, Alicante, Comunidad Valenciana]

Moscatel, Merseguer. 13,0% alc. vol. DO ALICANTE.

Fermentazione spontanea con lieviti indigeni, a grappolo intero. Macerazione sulle bucce. Nessuna chiarifica, né filtrazione; nessuna aggiunta di SO2. Conduzione biologica.

Profumi inequivocabili di uve aromatiche: miele chiaro, fiori, frutta a polpa gialla. Il pensiero va all’immagine dell’uva bianca matura.

In bocca si avverte tutto il contrasto dolce/salato. È un sorso sottile, ma impregnato di profumi intensi di frutta, di bouquet di fiori di campo. Una carica aromatica che si traduce mirabilmente in un assaggio limpido, verticale e salino.

TREPAT ANFORA 2016 [Casa Pardet, Verdù, Lleida, Catalunya]

Trepat in purezza. 10,5% alc. vol. VINO DE MESA.

Fermentazione spontanea tramite lieviti indigeni, in anfore da 750 e 900 litri. Affinamento sulle fecce fini per circa 8 mesi, in anfora. Nessuna chiarifica, né filtrazione; SO2 inferiore a 4 mg/litro.

La prima annusata dà l’idea di un grip da asfalto, con un goudron intenso a mascherare una certa nota di ciliegia. Emergono alcuni tratti vegetali e un che di caseario. Sensazioni di cenere. Aprendosi molto lascai trasparire note mentolate e uno speziato di anice.

L’assaggio è tenue, un vino delicato e sapido, succoso e verticale.

VN VINEL-LO TINTO [Partida Creus,Bonastre, Tarragona, Catalunya]

Garnacha Negra, Ull de Perdiu, Sumoll, Queixall de Llop, Samsò, Garrut, Trepat. 12,0% alc. vol. VINO DE MESA.

Macerazione sulle bucce da 1 a 3 giorni e fermentazione spontanea traite lieviti indigeni. Affinamento in acciaio per diversi mesi. Nessuna chiarifica, né filtrazione; nessuna aggiunta di SO2.

I profumi sono proprio carnacei e poi salmastri. Notevoli le sensazioni di ferroso, di ematico. Lievissima sfumatura acetica che sferza con la giusta pungenza. Intriganti i rimandi alle scorze d’agrumi, al pompelmo.

Il sorso è vivificante. Un assaggio fresco, succoso, lievemente sapido. Tutto giocato sui piccoli frutti aciduli è di una golosità compulsiva.

EL MARCIANO 2017 [Alfredo Maestro, Penafel, Valladolid, Castilla y Leon]

Garnacha de la Sierra de Gredos in purezza. 15,0% alc. vol. VDLT CASTILLA Y LEON.

Vigne di 70 anni coltivate in altitudine, a poco più di 1100 metri sul livello del mare. Fermentazione spontanea in vasca d’acciaio da 2000 litri e affinamento nelle stesse vasche. Nessuna chiarifica, né filtrazione; nessuna aggiunta di SO2.

Un naso pazzesco e irresistibile: Sachertorte! Caldo e morbido di cioccolato, dolce e acido di confettura d’albicocche. Fantastico pendantcon le sensazioni di tabacco e di cenere di sigaro…

Anche il sapore è in sincrono perfetto, con una nota precisa che immediatamente rimanda agli after-eight: mentolato balsamico e dolcezza di cioccolato, al latte in questo caso. Poi, ecco l’agrume spremuto…

Un vino magnifico.

LA FURGO 2013 [Vino Divertidos, Laguardia, Rioja]

Tempranillo in purezza. 13,5% alc. vol. DO RIOJA.

All’olfatto è potentissimo e oscuro, autunnale e misterioso… I profumi danno tutti l’idea di un denso frutto scuro, di un succo fluido e polposo. Una grattata di cocco. Ancora, ciliegia e cioccolato.

E l’assaggio dà in risposta un sapore classicissimo. Caldo e lievemente tannico. La presenza del legno si avverte nella morbidezza e nei tocchi esotici. I ritorni profumati sono cioccolatosi e cremosi.

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Le trasferte del Club: Champagne a La Posteria del Vin

La Posteria Del Vin, Vincenzo Dellerma, Settimo Milanese

Metti una sera fuori.
Temperatura gradevole, cielo terso e stellato. C’è chi si infila nell’ennesimo happy hour, chi si ingolosisce di un improbabile apericena…
C’è chi, invece, curioso e appassionato vuole radunare qualche altro ficcanaso delle cose buone e mette in piedi una seratina all’insegna del buon gusto e del divertimento.
Succedeva proprio lì, alla Posteria del Vin di Settimo Milanese. Vincenzo è il nostro anfitrione, curioso di vini e cultore della gastronomia. Apre le porte della sua bottega ad un manipolo di ardimentosi e, in combutta con quei due del Sommelier Social Club, s’inventa una serata da leccarsi i baffi. Il tema, del resto, era per noi un rigore a porta vuota: Champagne! Messo subito sul chi vive il terzo moschettiere, maestro di bollicine Dario Giorgi, ecco che siam pronti a intrattenere gli ospiti.

Presentate sei etichette, di sei produttori diversi. Piccole produzioni artigianali, vigneron di livello assoluto e, quindi, sconosciuti al grande pubblico. L’assortimento è stato selezionato in modo da rappresentare una varietà quanto più ampia possibile: un Assemblage; due Blanc de Blancs, di cui un Grand Cru e un Premier Cru; due Blanc de Noirs, uno da Meunier e uno da Pinot Noir; un Rosé. Da soddisfare qualsiasi gusto!

Nel mentre che noi si ciarla di Champagne e sensazioni, il buon padrone di casa fa gli onori alla sua dispensa e fa girar fra i tavoli alcune gradite leccornie: taglieri di prosciutto crudo e composizioni di formaggi, dal fresco al più stagionato, tarallini stuzzicantissimi e pane fragrante. Compare una mezza forma di Castelmagno e via a profittarne gioiosi: è giusto un’introduzione del piatto forte, preannunciato da quel magnifico occhieggiare di porcini dal loro cesto di vimini. Vincenzo si mette ai fornelli e subito crea quella magica atmosfera calda che è tipica del risotto e che a meraviglia si sposa all’ambiente raccolto del suo negozio. Un toccasana per l’umore e per la fame e per l’accompagnamento ai vini proposti nei calici.

Questo, davvero, è quello che ci piace fare: uscire a raccontare a tutti che cosa sia il vino di qualità, in maniera spontanea, semplice e divertente. E collaborare con persone entusiaste del proprio mestiere e appassionate di cose buone è una iniezione di energia!


In degustazione

Champagne JM Goulard, Prouilly, Montagne de Reims

Esprit Octavie“, Brut. Assemblaggio: Chardonnay, Meunier, Pinot Noir

Champagne Herbert Beaufort, Bouzy, Côte des Blancs, Grand Cru

Cuvée du Melomane“, Brut. Blanc de Blancs: 100% Chardonnay

Champagne Colin, Vertus, Côte des Blancs, 1er Cru

Cuvée Parallèle“, Extra-Brut. Blanc de Blancs: 100% Chardonnay

Champagne Henriet-Bazin, Villers-Marmery, Montagne de Reims

Pinot Meunier“, Brut. Blanc de Noirs: 100% Meunier

Champagne Robert Barbichon, Gyè-sur-Seine, Côte des Bar

Blanc de Noirs“, Brut. Blanc de Noirs: 100% Pinot Noir

Champagne Caillez-Lemaire, Damery, Vallée de la Marne

Rosé Brut“, Brut. Meunier e Pinot Noir

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Umbria: un cuore che batte fortissimo

Enogiro d'Italia, XVIII tappa: Umbria

Si traguarda la diciottesima tappa del nostro Enogiro d’Italia. Il nostro carrozzone – sempre agile a scavallar monti e colline – si sofferma una sera in Umbria, cuore verde d’Italia. In Umbria non c’è il mare… Eppure certi afflati salmastri lascerebbero intendere il contrario. Prova che la terra è sì incredibilmente varia da saper imitare anche le acque salate. Una regione racchiusa, compatta e movimentata: e tutta questa sua struttura abbiamo ritrovato nei vini degustati, caratteristici di visioni produttive poco inclini a compromessi. L’Umbria è un cuore ed è verde: natura credo sia la parola d’ordine di questo piccolo assortimento presentato.

Vinificazioni assolutamente personali e vini decisamente sorprendenti.

Perché il colore più chiaro non fa rima con struttura più delicata.

Perché i vini bianchi sono più tannici dei rossi.

Perché il temuto tannino del Sagrantino risulta essere flauto e non grancassa.

Perché c’è chi si diverte a fare vino e non per questo produce cose comiche.

Perché aveva ragione Jacopone da Todi e noi trasportiamo la sua affermazione dal campo di poesia al campo della vite: “Quando è chiara la lettera, non apporre oscura glossa”. Il vino si fa in vigna.


RASPATO 2018 [Cantina Annesanti, Arrone, TR]

Sangiovese, Aleatico. 10,5% alc. vol. IGT Umbria Rosato.

Vino sbidigudo, vinificato secondo una antica tarapia della Valnerina.

Sapore prematurato e profumo di piccoli posterdati rossi supercazzolati.

PS Le anima non pesano, come questo vino. Bevetelo leggeri.

Sangiovese e Aleatico

Ecco come presenta il suo frizzantino rosé Francesco Annesanti, nella retroetichetta delle bottiglie: fantasiose di creativa etichetta, stupefacenti di tappo meccanico, che mai s’era ancora visto al SoSoClub!

E così va bevuto: in allegria, in compagnia, facendoci caso ma senza filosofie, gustandolo con intenzione ma senza spaccare il capello in quattro. Il vino della merenda e della sete, nel suo meraviglioso colore velato, tra l’albicocca e il Bellini, la luce mediterranea della limonata e la sfumatura ramata della cipolla…

Il naso è pulito, fresco, citrino. Dà poi una idea di sottobosco, di bella ombra fresca in estate. Man mano che il vino si scalda ecco che i profumi si ammorbidiscono e passano dall’agrumato intenso alla spezia leggera, all’anice per esempio.

In bocca è quello che ti aspetti: acidità sparata, scorza di limone. E una frizzantezza davvero decisa, scalpitante, anche se formata da bollicine fini fini. Si avverte bene una frizione quasi astringente, una sensazione talcata e una linea ben sapida che attraversa tutto il sorso. A garganella con qualità!

 

ESIMIO 2017 [Casale Rialto, Montefalco loc. Casale, PG]

Grechettoin purezza. 14,5% alc. vol. IGT Umbria Grechetto.

Eraldo Dentici ha quel fisico lì da centro-mediano alla Riccardo Ferri, che dice subito di non saper stare fermo. Un viso serio e netto, un occhio che ha visto cose e legge indizi. Un aspetto deciso.

In altro modo non potrei definire questo suo esempio di Grechetto: deciso. Mica per tutti. Anche se il colore è una tentazione liquida: oro puro, limpido, luminoso, denso. Bellissimo.

Parte al naso con un tocco di smalto e già pensavo “ci siamo!”. Insieme arriva subito l’idea suadente e autunnale di una nocciola calda e ancora la sensazione dell’ingresso in profumeria d’antan. I profumi si dispiegano sulle note macerative, sulle bucce intense che cedono piano piano. Il floreale e il fruttato maturo arrivano baldanzosi, e ancora dietro le note di frutta secca. Poi, l’assolo morbido della nota legnosa, un profumo proprio di corteccia spessa e asciutta. Se ne esce riconoscibilissima l’albicocca essiccata, che via via prenderà grande spazio olfattivo.

E poi lo beviamo… Potentissimo! Astringente, nonostante quella presentazione trasparente. Tannico e alcolico, ma un calore di velluto prezioso, una sensazione glicerica intensa e morbidissima. Salino, in maniera molto fine e con la sua bella sensazione amaricante. Le gengive pulsano, le labbra paiono appena uscite da un bagno di mare. Potentissimo, davvero. Richiami retronasali di essiccato, di erbe e di campi, per annunciare un finale quasi da distillato, da Cognac o giù di lì… E ancora il sale, debordante.

Incredibile.

 

TREBBIANO SPOLETINO 2018 [Raìna, Montefalco, PG]

Trebbiano Spoletinoin purezza. 13,0% alc. vol. DOC Spoleto Trebbiano.

L’aspetto è tutto di un vino in naturalezza, con quel giallo dorato velato: trame di lieviti, di bucce, di particelle sconosciute… Il profumo mi colpisce con una nota quasi da idrocarburo, così appena versato, senza nulla roteare. Poi, quelle sensazioni già apprezzate volte prima: la paglia, le erbe essiccate e, su tutto, una generosa spolverata d’origano. Si leva eterea una certa nota fumé e il ricordo della pietra. Caldo rimando di goudron. L’acciottolato e il campo assolato sono l’immagine che si figura sopra questo calice, con note emergenti di frutta secca.

Francesco Mariani descriveva questo suo Spoletino come “l’Italia dell’Appennino”: è così, difatti, equilibrato e inafferrabile. Diresti introverso, perché non riesci a cogliere sentori precisi e dettagliati; ma non è scomposto, dà un’idea di buono e di ben fatto. Bisogna arrendersi: è il centro Italia, la gente che s’incontra per strada, che parla dialetto nelle piazze; è un vino schietto, vero. E non vuole essere ridotto a elucubrazione per pochi eletti.

In bocca, infine, pizzica come il sale e come le spezie. Si gusta come le erbe aromatiche sopra la pietanza e poi asciuga con certa astringenza. Solare, campestre.

 

BIANCO MACERATO 2017 [Ajola, Sugano, TR]

Procanico in purezza. 13,0% alc. vol. Vino Bianco.

Macerato lo è davvero, se l’occhio arriva a veder arancione dentro il calice. Orange e velato, come si confà ai macerativi e naturali. Jacopo Battista non è animale da palcoscenico: interamente integrato nella naturale dimensione dei suoi due ettari di vigna, sopra terreni vulcanici a 500 metri sul livello del mare. Bisogna andare a scovarlo, a quanto pare, non è homo-social. Questo suo vino è così: senza spiegazioni.

Il naso mi rimanda subito al bricolage, con una nota franchissima di vinavil. Giro, giro, giro e il palcoscenico plastico si apre sulla mia amatissima dimensione salmastra, con le conchiglie che filtrano dagli scogli e la salamoia che ammicca sapida. Più aria ancora porta ventate di liquore all’arancia, scorze d’agrumi e spirito, profumi d’amaretto.

Il sorso è astringente, un grip motociclistico, una sensazione di tranquilla ruvidezza. Agrumi che ritornano e tocco un po’ d’asfalto, di catrame. Bello fresco e con una vena sapida lunga lunga. Un goccio ne rimane, lì nel bicchiere, ad attendermi la prossima settimana…

 

LAUTIZIO 2018 [Collecapretta,Terzo La Pieve, PG]

Ciliegioloin purezza. 12,5% alc. vol. Vino Rosso.

Agricoltore e poi vignaiolo in Terzo La Pieve”.

Così afferma Vittorio Mattioli sull’etichetta di questo suo Ciliegiolo. Il vino viene dalla terra e la vite è una pianta che va coltivata: insieme agli altri frutti delle sue terre, agli ulivi, e insieme all’allevamento degli animali. Una economia circolare, di sussistenza e di mercato: indubbiamente, la concezione di tradizione all’ennesima. Ricordo la fiera milanese in cui ho incontrato i vini di Collecapretta: non c’era molto da star lì a disquisire, tanto si mostravano tutti magnifici. E qui, il loro Ciliegiolo, che tutto può essere fuorché il classico comprimario che conosciamo.

Intanto, il naso ha un attacco davvero selvatico, un proporsi animalesco e, come direbbero i saputi, “foxy”. Ma l’idea di un che di salato cova lì sotto. Con qualche boccata d’aria si addomestica un po’ e ci racconta le sue visioni di speziature, di chiodo di garofano. Un accenno di vegetale verde, di foglie d’edera. Langue dietro le quinte un qualcosa di gessoso, di polveroso minerale.

Com’è bello limpido, invece, il sorso! Succoso e fresco, spontaneo. Un filo tannico, un filo acetico. Una nota salina sottilissima e gustosa. Si ritorna a pensare ai vini da pic-nic: consideriamo il pranzo sull’aia, la domenica di sole, con i panni buoni e il servizio della festa. Buonissimo e sincero.

 

CAMPO DI RAINA 2014 [Raìna, Montefalco, PG]

Sagrantino in purezza. 15,5% alc. vol. IGT Umbria Rosso.

Vendemmia tardi, Francesco Mariani. O forse, meglio, vendemmia ancora con un senso della stagione, come chi lavora la terra è abituato a fare. Fine ottobre, per queste uve di Sagrantino che poi fermentano in acciaio, per quindici giorni più o meno. Passano – già ormai vino – alla botte grande, per un bel soggiorno di circa due anni. Poi ancora l’acciaio per un anno e, infine, un ultimo uguale periodo nel vetro della bottiglia. Tutto secondo le regole, ma di fatto qualcuno non deve aver compreso la situazione e il Sagrantino in questione esce con la semplice targa IGT: che diventa, molto spesso, la denominazione delle cose buone, fatte bene e meritevoli.

Subito un rimando all’infanzia, appoggiando il naso sopra il calice: i colori a tempera, quelli della valigetta con le chiusure a scatto, nei tubetti metallici. Nota ficcante d’inchiostro. Vino di terra, nei suoi rimandi alle foglie umide, sfatte, sopra i sentieri sterrati boschivi. Con qualche sasso qua e là: sensazione che rimanda alla pietra, a una qualche idea di minerale. Più in là parlerà anche di frutti scuri, di polpa e di maturità.

E così è in bocca: ricco, polposo, avvolgente. Una carezza calda e tannica, una sensazione sapida e talcata. I richiami alla terra, all’ombra del bosco, ci sono tutti. Il rovo e la corteccia, l’umido della rugiada e il vegetale che tende un po’ al macerato, ormai molle nei raggi non più caldi di un pieno autunno.

Maestoso.

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Francia, questa sconosciuta

Francia: vini francesi, denominazioni sconosciute

Chi dice Francia dice Champagne. Bordeaux. Borgogna.

Abbiamo provato a imbarcarci alla scoperta di alcune zone nascoste all’occhio enologico superficiale, regioni e denominazioni che spesso sfuggono alla conoscenza degli stessi francesi. Sono luoghi che abbiamo sentito nominare, certamente; magari addirittura ci abbiamo trascorso una vacanza o almeno un fine settimana. Non ci avevano detto, però, che ci si facesse anche del vino! E che vino!

Possiamo definire Tesori di Francia un goloso amuse-bouche, come dicono elegantemente i transalpini, un aperitivo intrigante che aprirà sul servizio vero e proprio. Una serie di incontri di cui speriamo parlarvi quanto prima.


PRIMITIF 2018 [Domaine Giachino, Chapareillan, Savoia]

Jacquere in purezza. 10,5% alc. vol. AOP Savoie.

La famiglia Giachino conduce da generazioni i suoi 9 ettari di vigneto alle falde del monte Granier, da diversi anni con certificazioni biologica e biodinamica. I suoli su cui dimorano le viti sono il residuo di antiche morene glaciali. Il risultato di un rimescolamento abbastanza recente, in realtà: correva l’anno 1248, allorché qualcosa come 500 milioni di metri cubi di roccia e terra crollano verso valle, trascinandosi dietro cinque intere parrocchie. Quello che ne rimane è oggi un complesso caotico molto ricco, a natura prevalentemente argillo-calcarea.

Il vino ha un aspetto molto intrigante, limpido e vivo, un oro molto tenue con riflessi vintage, tendenzialmente ramati. Il naso è delicatissimo e floreale, leggiadro come l’aria di montagna in una bella giornata di sole sul prato. L’assaggio introduce l’opposto: l’espressione è salina, la freschezza è ripulente. Un po’ più che un accenno di sensazione glicerica fa il paio con certa polposità a centro bocca. Goloso e raffinato.

 

LUNE VIEILLE DE MARS [J.L. Denois, Roquetaillade, Languedoc]

Mauzac in purezza. 11,5% alc. vol. AOP Limoux Ancestrale.

Jean Louis Denois è sicuramente un professionista del vino: nel senso che ne sa tantissimo e lo ama ancora di più. Ha girato il mondo, vecchio, nuovo e nuovissimo per non lasciarsi sfuggire nessuna occasione per imparare qualcosa: tecniche di coltivazione, assemblaggi, affinamenti, tirage… E su tutto, la convinzione che un passaggio dalle pratiche convenzionali al rispetto assoluto della natura fosse assolutamente necessario. 36 ettari nel sud della Francia, condotti in certificazione biologica, con pratiche biodinamiche: nessuna chimica di sintesi in vigna e la coerenza delle operazioni in cantina.

La luna calante di Marzo è il momento dell’imbottigliamento di questa assolutamente autentica Blanquette de Limoux, assoluto archetipo del metodo ancestrale: da quel momento riparte la rifermentazione che s’era arrestata coi rigori invernali e ci regalerà una effervescenza fine ma decisa. Siamo agli albori della storia dei vini frizzanti, alle fondamenta della leggenda dello Champagne.

Un calice che mi incuriosisce molto, nella sua veste pallida e mossa. I profumi sono rotondi, l’espressione è solare, la sensazione è quasi dolce, da mela gialla matura. Garbati sono i toni citrini, accompagnati da una lieve pasticceria di vaniglia. In bocca la frizzantezza è piuttosto viva e richiama sentori dolci e fruttati: ma non ci si inganni, perché l’impianto è costruito sull’ottima acidità, corroborata da una finissima sapidità. Quasi una carezza di talco sulle guance, il saluto finale e graziosissimo.

 

BLANC 2018 [Cantina di Torra, Oletta, Corsica]

Vermentinu in purezza. 12,4% alc. vol. AOP Patrimonio.

L’azienda di un giovane appassionato, Nicolas Mariotti Bindi, che vinifica la sua prima vendemmia nel 2007. Studi di legge a Parigi e poi la svolta vitivinicola che lo porta a girovagare per la Francia e la Corsica, dietro quella passione per il mondo del vino che deve fare i conti con la conoscenza di base: Beaujolais e poi Patrimonio, presso i pezzi da novanta del vino locale, come Arena, Giudicelli e Leccia.

La sua personale avventura parte attraverso la generosità di Henry Orenga de Gaffory, che gli presta 5 ettari di terra… Diventeranno gli attuali 15 col tempo, coltivati in regime biologico: Mursaglia, Porcellese, Lumiu, Coteaux de Patrimonio sono le parcelle da cui ricava i suoi vini territoriali, sopra le rocce calcaree dell’isola.

Un naso che esprime il carattere isolano: caldo, immagine di sabbia e profumi di fieno intenso. Un accenno di sensazioni tostate, vagamente fumé. L’assaggio è sapido, nettamente, e fresco, con un bel richiamo alla mente di campi al sole. Una certa morbidezza iniziale viene poi trasformata nel più classico degli amaricanti da sali minerali. L’idea di potenza, ma sottile e non scorbutica.

 

LES PEPETTES 2017 [Champ des Sœurs, Fitou, Languedoc]

Grenache, Syrah, Roussanne. 13,5% alc. vol. IGP Aude.

Marie e Laurent Maynadier rappresentano oggi la tredicesima generazione di vignaioli all’interno di un’azienda che affonda le radici nel XVII secolo. L’area è quella di Fitou, la più vecchia denominazione del Languedoc, affacciata sul mare e sugli stagni che punteggiano il territorio. Clima secco, brezze marine, rugiada sulle foglie: tutto è in equilibrio sopra il duro calcare del suolo. 15 ettari coltivati in regime di lotta integrata.

Eccolo, il vino della gita fuoriporta, la bottiglia che si dovrebbe sempre avere nel cestino da pic-nic… I profumi sono tutti quelli della battigia, col salmastro imperante e l’alga bagnata. Un naso esplosivo che rimanda direttamente al piretro e poi le note tostate e quelle fumé. Vaga idea vegetale sullo sfondo, come di cespugli che limitano la spiaggia verso l’entroterra. L’assaggio è una conferma che la bottiglia comunque non basta, che è un vino da bersi con l’unità di misura del secchio. Fresco e sapido, un tannino lievissimo, una sensazione di beva sottile e limpida, di puro succo.

 

PORC TOUT GAI 2016 [P-U-R, Villefranche s/Saone, Beaujolais]

Gamay in purezza. 12,5% alc. vol. AOP Beaujolais.

Una coppia che potrebbe uscire dalla commedia francese anni quaranta, quella formata da Cyril Alonso e Florian Looze: un cinema in cui si parla rurale, si vede e si vive la campagna, si prende la vita con leggerezza e si cerca di campare facendo quello che piace. Il vino è la missione unica di questi produttori: anzi, il vino n-a-t-u-r-a-l-e, senza artifici, senza aggiunte, sì che sia un vino vivo. La parola d’ordine della cantina è “trasparenza totale”. 12 ettari stesi in quella regione che non può fregiarsi del nome Borgogna, non è più Valle del Rodano e non c’entra nulla con Jura o Savoia… Una terra ribelle per vocazione, che resta l’ultimo baluardo del “fetente Gamay” contro l’orgoglioso Pinot Noir e il sogno monocolturale di Filippo l’Ardito. La provocazione è tangibile quando i due vignaioli ci ricordano che “la definizione legale europea di vino indica un prodotto ottenuto esclusivamente con la fermentazione alcolica, totale o parziale, di uve fresche, pressate o no, o di mosto di uve”: ogni aggiunta va a modificare questi termini.

Quanto di più lontano dall’immagine del “vin nouveau”, il novello dei francesi: Beaujolais è anche questo, un naso che dà smaccamente sullo smalto, la nota acetica è importante e richiede la pazienza dell’ossigeno. Ecco che poi i profumi arrivano e si tramutano in frutti scuri, in idea di radice e liquirizia, con un finale curioso e intrigante sulla sensazione di cenere. L’assaggio ci regala un bel sapore vinoso, super fresco e dalla bella nota salina. Le sensazioni ci fanno immaginare ancora i frutti scuri, maturi fino al disfacimento e poi note vegetali scure. Anche qui, un bel vino da portarsi in compagnia, da aprire-versare-bere e goderselo senza fisime infinite: se il pic-nic precedente era in Deux Cheveaux, qui recuperiamo dal garage il pullmino della Volkswagen e partiamo già cantando a squarciagola.

 

LA GOUYATE TENDRE 2018 [Chateau Barouillet, Pomport, Aquitaine]

Chenin Blanc, Muscadelle, Semillon. 12,0% alc. vol. Vin de France.

Scavando in archivio, Vincent Alexis riesce a risalire fino a otto generazioni precedenti e poi le nebbie avvolgono la storia del suo Chateau. Tanta terra, questi 45 ettari coltivati in regime biologico e suddivisi in 5 appezzamenti contigui ad una delle regioni viticole più famose al mondo: ma qui il rosso è Bergerac e non Bordeaux, il bianco dolce è Montbazillac e non Sauternes. Ogni parcella produce il suo vino e la cura dell’ambiente prevede l’affidarsi al calendario lunare e l’utilizzo di tisane e decotti per la cura e la prevenzione dei malanni delle viti.

Bello questo calice d’oro fuso, tenue e splendente. I profumi ci disorientano: c’è chi dice pasticceria, chi nomina il vegetale. All’improvviso la rivelazione: ortaggio, finocchio tagliato. Sì, è esattamente questo il primo impatto al naso: la freschezza della verdura cruda, con l’accenno di quella spezia caratteristica che è l’anice. Poi una sfumata sull’erba appena falciata, quindi l’ingresso del dolce, con una soave canditura da panettone, da panforte, da cassata, a celare appena una idea che rimanda l’immagine del cristallo di sale. L’assaggio è bizzarro parimenti, impossibile dirsi se caratterizzato da un aspetto in particolare… La dolcezza e la rotondità sono proprio un accenno, il gusto delle scorze d’agrume è vivo, la sapidità innegabile e finissima, la freschezza infinita. Spettacolare semplicità che permetterebbe d’accompagnare carni, formaggi e biscotti.

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Abruzzo, vino, natura

Vini d'Abruzzo, articolo

C’era di fronte un olmo avvolto da un rigoglio d’uva luccicante.

Elogiato l’olmo insieme alla vite che l’accompagnava, disse:

“Però se questo tronco se ne stesse lì celibe, senza tralci,

non avrebbe nulla di attraente se non le proprie fronde.

E anche la vite, che si abbandona abbracciata all’olmo,

se non gli fosse unita, per terra giacerebbe afflosciata.

Così Ovidio, nelle sue Metamorfosi. Nativo di Sulmona, attesta in questo passo il tradizionale metodo di coltivazione “a vite maritata”. Antico, antichissimo: ancora risalente agli Etruschi e al giorno d’oggi conservato quasi unicamente come documento storico, come museo vivente delle antiche pratiche agricole, in sparute aree del teramano.

Una regione dominata dalla grande montagna, l’Abruzzo: il Gran Sasso e la Majella scolpiscono tutto il territorio centrale e aprono valli dirette alla scarsissima piana verso il mare, dove andavano a sfumare le transumanze antiche. È l’idea di una natura ancora alquanto selvaggia e intatta, simboleggiata dallo spirito indomito, rassicurante ma feroce, dell’orso.


COCOCCIOLA 2017 [Cantina San Giacomo, Rocca S. Giovanni, CH]

Una realtà produttiva molto vasta, estesa su circa 300 ettari. Una cantina sociale che conta circa 200 soci. Siamo decisamente oltre i più grandi numeri che solitamente circolano per il Sommelier Social Club: ma a buon diritto abbiamo chiamato in causa Cantina San Giacomo, capace di vini ben fatti, interessanti e per nulla scontati. Per esempio, sono interpreti di un vitigno come la cococciola, sconosciuto ai più, anche in patria immagino.

Squillante nel calice, questa cococciola ha un bel naso dritto, verticale, improntato al vegetale e alle erbe aromatiche. Un accenno di salino poi, qualcosa che mi fa pensare a rocce di quarzo. Erbaceo, pulito e intenso, con un certo vagheggiare anche floreale. In bocca ha un attacco davvero salato, rinfrescato da una acidità ben sostenuta. Ci sono i richiami alle erbe aromatiche ed emerge infine una certa nota glicerica, a donare un che di morbidezza che non guasta. Senza fronzoli.

VINO BIANCO CANCELLI 2017 [Rabasco, Pianella, PE]

Iole Rabasco conduce secondo i princìpi della biodinamica i suoi circa 9 ettari di vigneti, divisi in quattro parcelle. Da cui, ogni anno, estrae le espressioni tipiche della sua terra: il bianco Trebbiano, il rosso e il cerasuolo Montepulciano. Vinificazioni estremamente naturali e affinamenti diversi, a seconda dell’etichetta di riferimento. 

Bianco da uve trebbiano, vigneto Cancelli. Giallo e velato. Il naso è dominato dalle note macerative: par proprio di sentire la frizione che le bucce fanno tra di loro nel contendersi lo spazio liquido del mosto. Tini aperti, lieviti indigeni, nessun controllo delle temperature: ci vuole la pazienza di dare ossigeno e aspettare l’emergere di nuovi sentori caldi, come la sabbia, come la paglia. Profumi non complessi, ma buoni e confortevoli, piacevoli, semplici ma affatto banali. Poi c’è la cesura dell’assaggio, quasi potente invece: sapidità a manetta e una sensazione quasi densa, una polpa che avvolge la bocca. Lunga persistenza per un vino che l’etichetta descrive “da pasto”… Avercene, pause pranzo di questo livello!

SENZANIENTE PECORINO 2017 [Marina Palusci, Pianella, PE]

Massimiliano d’Addario, già famoso per la produzione di un olio extravergine d’oliva sopraffino, è l’artefice dei vini dell’azienda di famiglia. Diverse linee di produzione proposte, tra cui le etichette Senzaniente: zero chimica in ogni passaggio, puro succo d’uva fermentato.

Eccolo, il pecorino nature, uno dei simboli dell’ampelografia abruzzese. Non serve nemmeno versarlo nel calice per farsene un’idea, perché la trasparenza della bottiglia bottiglia è studiata per far tutto risaltare, appositamente: un oro puro, lucente, ricco e meraviglioso. Il naso stesso è un’idea di calore avvolgente, ricco di profumi di erbe essiccate e con una punta leggera di salamoia. Rimandi alla polpa di frutti gialli. L’assaggio è sapido, quasi tannico. Richiami retronasali di frutti e di erbe, rosmarino e profumeria. Una complessità leggiadra, di certa persistenza e finezza.

LUCIGNOLO 2017 [Podere San Biagio, Controguerra, TE]

Incontrato in fiera, in quel di Piacenza, Jacopo Fiore si è presentato subito in linea con una certa nostra visione del vino: immediato, entusiasta, curioso e creativo.

Un uvaggio tra classico e raro, in questo calice: trebbiano e malvasia, coltivati in unico vigneto che vanta su per giù 60 vendemmie… Raccolti e vinificati insieme, con una macerazione in anfora di circa 90 giorni. Un vino che subito dichiara d’aver bisogno di respirare: aria fresca per queste note immediate di riduzione. L’ossigeno – che ricordiamo essere l’amico insostituibile dei vini vivi e vegeti –  apre il vaso dei profumi e delle sensazioni: gli effluvi di salmastro spiccano decisi, gusci e conchiglie, cozze e alghe. Ho un immediato ricordo dei colori a tempera con cui pasticciavo da bambino, con quell’effimero vagheggiar di petrolio. Il mare investe il sorso con potenza iodata, poi la stesa d’ulivi e il tannino presente. Ancora, aromi che parlano d’infusi, tisane, erbe, camomilla. E poi sale, sale, sale…  

LUSIGNOLO 2014 [Feudo d’Ugni, S. Valentino in Abruzzo Citeriore, PE]

Non ci sono parole per raccontare l’amore per questo lavoro da parte di Cristiana Galasso, una vignaiola che vive letteralmente in mezzo alla natura. Coltiva la terra per grazia di Dio e ammira il cielo di tra le fronde dei suoi ulivi. Ai piedi della montagna, con cui condivide il carattere roccioso e affascinante. Una donna con il coraggio del lupo, ma l’indole indipendente dell’orso.

“Dal basso latino Lusciniolus, diminutivo di Luscinia, voce composta di lux, luce e cinia, usato nei composti per càno, io canto; quasi dica che canta nel crepuscolo”.

Montepulciano. In tutto il suo rosato splendore. Il profumo immediato è uno sciroppo di lampone, sottile, dolce e acidulo. Piuttosto ritroso e introverso, occhieggia con l’idea di un salino potente, lì sotto. Una certa nota fumé si palesa curiosa. Assaggio senza indugio: caldissimo, con una morbidezza finissima e una sapidità penetrante. Intensa la freschezza che lavora dietro le quinte.

Quale distanza dall’assaggio d’un paio d’anni fa, con quelle note acetiche baldanzose e penetranti: due vini ben diversi, sempre caratterizzati.

ANIMAERRANTE 2017 [Di Cato, Vittorito, AQ]

Mollare un lavoro sicuro per affidarsi alle imprevedibilità della terra: è la scommessa che ha voluto giocare Mariapaola Di Cato, irrefrenabile pendolare fra Pavia e il suo Abruzzo.

Deve esserci in lui stesso qualcosa di errante, che trovi la sua gioia nel mutamento e nella transitorietà: le parole di Nietzsche, per raccontare che questo montepulciano è destinato a evolvere e poi finire. Perché è buono! Comme il faut, direbbero i francesi: è buono così, così come deve essere, con la giusta dose di rusticità, complesso il giusto, completamente equilibrato e compulsivo. I suoi profumi sono vinosi, giovani e vitali; ma anche di espressione seria, come la frutta scura e d’indole saggia, come gli afflati boschivi, umidi di terra e secchi di corteccia. Le note ferrose sono l’apice del contrasto che risulta tra il confortevole calore iniziale e il pungente freddo emergente. Ah, ma l’assaggio parla proprio del vino sincero dell’oste! Goloso e con un’acidità presente. Tannico quanto basta. Note intriganti d’amaro di radici. Succoso. E poi è finito. Vero.

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Ciao Mare 3: bevute notevoli

20190913_Ciao MAre 3

Terza edizione di un evento nato assolutamente per caso e organizzato sul filo di lana. Una serata leggera, volutamente rilassata per recuperare un attimo dell’atmosfera delle vacanze appena trascorse. Chiacchiere, aneddoti sulle bevute e le scoperte vacanziere, assaggi di calici che possono rimandarci alle sabbie e all’onde. E devo considerare che gli assaggi di quest’anno mi sono piaciuti davvero tanto!

GWENNIC [Cidre François Sehedic, Bretagna, Forêt-Fouesnant]

Eccolo qui, il jolly, la sorpresa, il fuori tema. Prima o poi doveva succedere: un sidro al Sommelier Social Club! Una novità interessante e golosa. E assolutamente centrata: tutto in Bretagna parla di onde e di sale, di acqua e di vento.

Un bel colore giallo chiaro, appena appena velato. Il naso è un rimando netto ad una mela acidula spaccata in due e in sottofondo aleggia la sensazione di cantina, le note un po’ umide un po’ muffe tipiche dei Lambic, per esempio. Il sorso è abbastanza netto, centrato sull’acidità, ma con una verve leggermente morbida in buon equilibrio. Ottenuto da una singola varietà di mela – un sidro in purezza, diremmo – l’acidula Guillevic, è asciutto e profumato. La bottiglia sarà sempre troppo piccola.

DAEDALUS 2018 [Mariotti I Vini delle Sabbie, Consandolo, FE]

Per quanto lo possiamo conoscere ormai da tempo, Mirco Mariotti. ha sempre un asso nella manica da calare per sorprenderci. Ed ecco qui una delle sue ultime invenzioni: un possente chardonnay, spiazzante e impegnativo.

L’olfatto è subito rapito dai profumi dei campi, dalla paglia secca, dal fieno aromatico, da erbe officinali e foglie di salvia. Un tocco plastico e le note estive dell’ardesia dopo il temporale. La sensazione che dà alla bocca è asciugante, sapidissima all’ennesima. E insieme polposa, con una vena di fruttata allegria. Buonissimo e complesso.

CIRÒ BIANCO 2017 [Tenuta del Conte, Cirò Marina, KR]

La costa ionica della Calabria racchiude un gioiello luminoso e importante: il vigneto dell’area di Cirò Marina. Francesco Parrilla è un vignaiolo sicuramente da contare tra i protagonisti della Cirò Revolution, la voce che grida come anche negli angoli più remoti della Terra si producano vini degni di una conoscenza mondiale.

Cirò Bianco, da uve greco bianco è forse il fratello minore di un già poco conosciuto Cirò Rosso, ottenute dal localissimo gaglioppo. Ma questo calice è strepitoso. Una leggiadra nota ossidativa introduce i profumi del vino, che aprono a tutto un mondo vegetale sparso: l’erba falciata, la corteccia degli alberi, la felce. Man mano che passa il tempo varchiamo la porta d’una fumeria, i rimandi d’incenso ci inebetiscono. Ecco la Calabria: scorza d’agrume verde, bergamotto che incede agguerrito. Cera d’api, colta così al volo. Non si smetterebbe mai di annusare, ma l’assaggio è un invito che non può essere rifiutato: elegante. Un sale finissimo e persistente, una acidità sostenuta ed educatissima. Richiami di bergamotto, effluvi balsamici, rilassante aroma di tè verde. Un tocco morbido e salmastro. Assurdo.

NOSTRANU 2016 [Cantina Berritta, Dorgali, NU]

Presente anche l’anno scorso con il suo Panzale 2017, ritroviamo Francesco Berritta anche in questa edizione, con la versione d’ingresso del suo cannonau. E se il buongiorno si vede dal mattino… Giusto per dire che la vera anima sarda non è quella roba che vi raccontano nelle pubblicità.

Questo è un vino assolutamente sussurrato, niente di più precisamente agli antipodi rispetto al nome dell’uva da cui nasce. Delicatissimo e il colore e il profumo. Un romantico e aromatico incedere di succo limpido di bacche rosse, afflato nebuloso di talco. Suggerimenti tostati, polvere di caffè appena macinato. Un lampo: pastelli a cera. Soffio di profumi agrumati. Tutto è preciso, tutto ben scandito eppure nessun vociare, niente è se non udibile bisbiglìo. Assaggiarlo si deve, per avere un primo contrasto: una acidità appuntita, con richiami d’agrume. La sapidità è un po’ tenue, il tannino davvero un bellissimo fruscìo. Un assaggio magnifico.

TORRACCIA ROUGE 2014 [Domaine de Torraccia, Corsica, Porto Vecchio]

Si era in febbraio, ma le giornate d’Alsazia eran certo più che tiepide. Sicuro il sole splendeva sopra Strasburgo, quel giorno all’ingresso del Salon des Vins des Vignerons Indépendants… Ed era un calore che potevamo ritrovare alla postazione di Marc e Christian Imbert, vignaioli Corsi e d’interessanti produzioni. Si chiacchiera, si assaggia, si commenta… Ci regalano due, tre bottiglie: “per la scuola”, dicono, avendogli noi descritto la nostra organizzazione di incontri di avvicinamento al vino… Encore merci et à bientôt, Marc et Christian!  

Qui c’è tutto il senso della Corsica del vino: niellucciu, sciaccarellu, grenache, syrah. Ovvero, la tradizione italica del sangiovese e del complementare mammolo, ma raccontata con un accento diverso, e la grande storia della Francia mediterranea. Un calice di un bel color rubino, luminoso. Si presenta con delicatezza, quasi un possibile legame col cannonau appena trascorso. Gli aromi sono vegetali, freschi, imbrigliati da una nota lattica che un po’ impasta. Ma ancora, i profumi di agrumi, di pompelmo, rivitalizzano e ingolosiscono. La bocca è leggermente ruvida, con una astringenza di certa importanza: un carattere mediterraneo e rurale, fiero di esibirsi. Richiami ematici e ferrosi. Una notevole freschezza emerge a vivacizzare l’assaggio, appena il tannino molla un po’ la presa. Godibile, espressivo: e anche, forse, da attendere un altro po’.