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Chi si merita le tue bottiglie?

Volnay 1er Cru Les Caillerets 2012, Domaine Joseph Voillot

L’inizio del nuovo anno coincide inevitabile con la lista dei buoni propositi: ardimentosa operazione di risciacquo della coscienza, quando non onirica visione d’artificiali paradisi, in preda all’estasi dei brindisi finali. Voglio dare invece il la a questo 2021 con un atto di sincerità, una confessione che mi alleggerirà il cuore e al contempo andrà a smascherare quanti di voi quattro lettori la pensano come me: vedo già l’ondeggiare affermativo delle vostre teste sospiranti.

A chi concedete l’accesso alla vostra cantina?

Parlo qui in senso assolutamente ampio e non solo di vani immobiliari espressamente dedicati agli irraggiungibili spendaccioni: sentiatevi tutti coinvolti. Parlo, per quel che mi riguarda, di una semplice stanza che sta sotto il piano terra, colle pareti bianche e, a tratto a tratto, vagamente scrostate dall’umidità facilmente avvertibile, il pavimento non più in cemento ma rivestito di piastrelle scure, unica concessione al lusso; di un posto freddo d’inverno e più caldo d’estate, ancora illuminato da essenziali lampadine appese al loro filo – “rational nordic design” potrei sottolineare – nonostante ripetuti e vaghi e visionari progetti di finiture più precise, emozionali, definitive. Un posto, insomma, che si offre con l’utilità di mille possibili indirizzi, secondando dignitosamente il pallino dell’utente di sorta. Lo vedevo vestire quindi, in origine, i panni di un magazzino per ricambi di motociclette, per poi lentamente tramutarsi – non condividendo io il medesimo fervore motociclistico del suocero – in mezzo sgabuzzino e mezzo deposito di bottiglie e, via via, in definitiva cantina. La genesi furono quegli scaffali metallici, banali in ogni più comune garage, accoglienti quella decina di flaconi razzolati evidenziando coi cerchiolini le offerte sui depliant del super… E poi, a mano a mano che l’interesse aumenta, che la curiosità più si fa pressante e il desiderio diviene urgenza, ecco il raddoppiarsi, il triplicarsi delle mensole: ma né lo spazio, né l’occhio che vuole la sua parte sono già più soddisfatti e allora è l’avvento delle rastrelliere, belle di professionale aspetto, di legno e di metallo forgiate. Ancora, il gironzolare per lidi enoici porta vento creativo ed ecco comparire i bancali – Epal rigorosamente, che sono tutti uguali – all’uopo modificati e finanche, sospinte da afflati di certa ambizione, le ataviche pupitre, per gli spumanti capovolti. Alloggio in un’asola di un sostegno un termometro recuperato, colonnina di mercurio che dice cose varie in stagioni diverse e sempre mi fa agognare quelle stanze quasi vaticane, regolate d’umido e di clima, spaziose il giusto, logisticamente ineccepibili, stilisticamente perfette. Ma scender quei gradini è sempre entrare in uno spazio accogliente ed esigente: la cantina è una stanza mai finita, un campionato incomparabile allo sceglier colore di pareti o tende o piastrelle. Quei gradini li scendo solo; tutt’al più accompagnato, eventualmente raramente, da un qualche ficcanaso che deve ben sapere di dover vestire i compiacenti panni dell’ammiratore: o che se ne stia al piano terra se no! Per poi ammirare, attenzione, il cronico disordine e l’illuminazione provvisoria…

Nel mentre prende forma la mobilia, di pari passo si sviluppa un gusto, o forse è viceversa, chi lo sa: sta di fatto che il volantino ora è valido fondale al sacco del pattume. La cerca delle bottiglie segue nuove e più avvincenti tracce, si muove per incontri e per racconti: non più uno schematico backstage, ma un palcoscenico dal vivo, col riflettore acceso sull’artista che dà vita alla materia uva. Ed eccolo, il primo fondamentale punto, croce e delizia, ferro e piuma. Dal momento che l’amico e il parente riconoscono in voi gli appassionati, il vino diviene l’illuminazione a soccorso di ogni stressante momento di ricerca regali. Il dono: un semplice modo in cui le bottiglie scendono in cantina.

Gli amici e i parenti sono di partito vario: chi vi conosce bene e chi non vi conosce. A prescindere da quale sponda abitino, essi potranno comportarsi con voi in vario modo e con risultati tra il sorprendente e l’allucinante. Se alla porta si presenta chi è al par di me appassionato posso esser tentato d’aprire e fare entrare in maniera spontanea, ma non avrò comunque certezza che di vino buono si tratterà: devo sperare che la passione in questione sia condivisa e non contrastante su gusti e, sopra tutto, su produttori. Ma altrettanto facilmente potrebbe suonare il campanello uno spaventato: timoroso dell’entrare in casa di un saputo e quindi dell’insormontabile problema di come poter rimediare una bella figura con l’oggetto di tanta passione. La paura e l’insicurezza generano mostri e un vino acquistato unicamente per non lasciarci le mani vuote ad un invito sarà sicuramente fallace. Sul binario parallelo, però, mi accorgo corrono anche i conoscenti che scelgono altra via d’approccio, affatto contestabile e, anzi, vieppiù auspicabile e leggiadra. Son quelli che, consci di seguitar fedi diverse o di nulla sapere né importarsene del vino, non confezionano presenti enoici e bussano all’ingresso a mani libere. Evidentemente, non potranno che vincere.

Al di là della generosità altrui, il vero motivo per cui esiste una cantina in una casa è – va da sé – quello dell’essere alimentata dalla sete del proprietario, dalle ricerche a mo’ di segugio drogato, agli inciampi fortunati in sorprese preziose. L’acquisto è momento di sfaccettature variegate e inenarrabili: compulsivo o cadenzato, progettato o ad cazzum, curioso su propria linea personale o curioso sulla linea del sentito dire, Big Gatsby style o austerity-mode on, on line o in presenza, intimo o social addicted… L’acquisto prevede una conseguenza pressante, che trova risposte provvisorie secondando il sentire del momento, ma può presto divenire insopportabile: come organizzate la vostra cantina? L’ordine alfabetico? Per produttore o per vino? L’ordine regionale? I bianchi divisi dai rossi divisi dai rosati divisi dai frizzanti? Tutto insieme, ‘ndo cojo cojo? Bottiglie divise per denominazione? Una questione – mi rendo conto – incessante e sfibrante, che assomma tutte le possibilità di catalogazione: come organizzate la vostra libreria, la vostra raccolta di vinili, la vostra collezione di Mio Mini Pony?

Cantina, pupitre. Epernay, Champagne

Chi si merita le vostre bottiglie?

Infine, quando tutto sarà accolto, acquistato, sistemato, inventariato, l’epocale esame s’affaccerà alla nostra coscienza: quando aprirò queste bottiglie? Quando permetterò che l’occasione sia tale perché il vino agognato s’evapori dalla sua gelosa magione? E qui sta il secondo, fondamentale e inamovibile punto di tutta la faccenda sotterranea: l’avaro dottor Jekyll urla il suo formidabile rifiuto in faccia al signor Hyde, scialacquatore. Perché l’aver messo da parte mi fa sentir come formica tranquilla sulle sue riserve di viveri e quando il numero troppo s’abbassa suona inarrestabile il suono d’allarme, come il grido dell’elegante donna mondana che, dinanzi l’armadio aperto, strilli “Non ho niente da mettermi!”. C’è una vena, forse manco tanto sottile, di doloroso collezionismo intorno alle bottiglie che deposito in cantina, una cupidigia non per forza dedicata solo alle etichette più costose.

Il vino che arriva sulla spinta della semplice curiosità racchiude un senso prezioso di scoperta. A chi aprirò – e perché poi dovrei farlo – un vino che mi sono guadagnato in base ai miei gusti e alla mia ricerca? Un’idea che va spesso accompagnandosi al banalissimo “E se poi non piace?”: meglio quindi che me lo beva io in separata sede, quando sarà… Sul lato delle bottiglie regalate, invece, ecco che si chiamerà in causa un certo legame più o meno affettivo. Non sono costate niente, è vero, ma sono comunque messaggio della persona che donò e anche magari dell’evento a causa del quale arrivarono. Ecco, sorge l’idea che vadano consumate in una medesima occasione, quando possa trattarsi di compleanno, d’anniversario, di obiettivo generico raggiunto; oppure, aperte con la medesima persona, quando tornerà in visita. Il problema che alcune di queste bottiglie generano è il medesimo delle bottiglie che impolverano dietro l’angolo buio del sottoscala: le antiche cose di assoluta pochezza che s’erano ammucchiate – e fortunatamente poi dimenticate – all’epoca dei volantini del super. La ragione d’una non-apertura diviene allora qui una sorta di concessione di grazia al proprio e all’ospite palato: perché, dal momento che si viene riconosciuti quali appassionati, risulterà oltremodo sconveniente offrire vini industriali. Gli stessi che non ci si concede nemmeno in giorni semplici. E intanto stanno lì…

Il luogo è motivo di grande peso. A proposito di legami affettivi, se si ritorna con una bottiglia da un posto visitato è segno che il posto è stato apprezzato. Oppure, che in quel luogo non c’era niente di bello fuor che quel vino lì, dietro una vetrina: che avrà allora il merito di poter trasformare in prodigioso un posto da nulla. Il souvenir di un luogo visitato è feticcio potentissimo, tanto che ci spingeva, allora imberbi e ingenui, a portarci a casa statuine di dubbia fattura, scintillanti e mutevoli di colore; brutte assai, ma a tal punto totemiche da non azzardarci a gettarle, se non all’occasione di accidentale caduta e sbriciolamento. Figuriamoci, ora adulti e accorti, cosa può significare un vino, nettare prezioso agli dei! È sigillo d’un periplo compiutamente realizzato, d’una vacanza dagli indimenticabili toni, d’un luogo sulla terra in cui pezzetti di noi han piantato radici. Come puoi pensare d’aprire, per te e per gli altri, cotanto fato liquido?

Ma il momento è il motivo più forte di tutti. Il momento trascende il luogo, poiché l’acquisto può anche essere banale, per mezzo di brutale attrezzo elettronico. Il momento trascende la scoperta per curiosità, poiché l’acquisto è il traguardo d’una caccia o il decidersi dopo un racconto e un assaggio. Il momento è un’atmosfera in cui ci si trovava a parlare di vino, a bere vino e a volersi portare a casa quel segno – hic et nunc o per successiva ricerca – come un trofeo che dica “Tu c’eri! Io ne sono la prova!”. Ma il momento significa anche l’anno della vendemmia: ed è questo il monte più invalicabile, la quercia profondissimamente e più tenacemente radicata, del serpeggiante spirito collezionistico anti-stappatura. Appropriarsi di una bottiglia prodotta da vigne conosciute, da vignaioli ammirati e nell’anno di un evento che ci è pietra miliare di vita… E cosa potrebbe mai aver diritto a maggior spirito di difesa dal perverso desiderio di assaggio? L’anno giusto è il fuori-categoria, una selezione che merita il suo spazio a parte, la rastrelliera migliore della cantina: non valgono qui regole di ordine, di colore, di produzione. Non plus ultra!

Vero è anche – però e in definitiva – che il vino è coacervo di storie, sue proprie dei bevitori, che hanno un sol modo di rendersi palesi. In questo siam tutti d’accordo: il vino va bevuto!

Volnay 1er Cru Les Caillerets 2012, Domaine Joseph Voillot

E con i cerebrali ingranaggi che macinavano simili ragionamenti, nel dì di Capodanno scesi alla cantina per onorare il pranzo con questo vino e due amici. Souvenir d’un luogo, d’una scoperta e d’un momento: e perciò inarrivabile.

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Spagna: terra di estrema natura

20191118_Estremamente Spagna

La Spagna si rivela una terra interessante e decisamente meritevole di una rilettura.

Distesa lì un po’ ai margini dell’Europa, fa spesso dimenticare di essere da tempo il primo vigneto mondiale per estensione e sempre ai vertici della produzione, per quanto riguarda gli ettolitri vinificati ogni anno. Ma la cosa più caratteristica ed entusiasmante riguarda le uve diffuse nella penisola: forse mai come qui, i vitigni internazionali sono relegati in soffitta, a tutto vantaggio delle centinaia e centinaia di autoctoni veraci. E questa attenzione al dettaglio territoriale si palesa in una riscoperta delle differenze nella produzione, che si discosta alquanto – ormai e per fortuna – dalla classica idea di vini palestrati e muscolari, tutta struttura e niente emozione. Va di pari passo, questo risveglio della sensibilità dei vignaioli, con la diffusione dell’idea di vino naturale: che, guarda un po’, difficilmente viene accostata al territorio iberico, quanto più spesso a Francia in primis e poi Italia.

Anche in Spagna, invece, abbiamo potuto incontrare validissimi esempi di vinificazioni senza chimica e tutte votate all’esaltazione della vigna in cantina. Nelle regioni e denominazioni più nascoste, che forse meglio si prestano alle sperimentazioni, non avendo nulla da perdere, si direbbe. Ma anche, più sorprendentemente, nelle grandi e famose regioni come Rioja e Ribera del Duero…

Una serata, quindi, che non poteva più attendere. E che serata!


FANFARRIA BLANCO 2015 [Dominio del Urogallo, Cangas del Narcea, Asturie, Galizia]

Albarin Blanco, Albillo. 12,0% alc. vol. VINO DE MESA

Fermentazione spontanea con lieviti indigeni, in barrique borgognone a bassa tostatura. Affinamento per circa 18 mesi in piccole botti usate di rovere e in acciaio. Nessuna chiarifica, né filtrazione; nessuna aggiunta di SO2. Pratiche biodinamiche.

Un naso molto pulito. Floreale e fruttato di mela, con sentori dolci e aciduli. I profumi suggeriscono una beva secca e tesa: l’idea che si forma è quella di una cava di pietra, della polvere da sparo.

In bocca è subito un tripudio di sapidità, tanto da dare quasi l’idea di frizzantezza. Sorso caldo, bellissimi richiami agrumati.

LA CANYA 2018 [Oriol Artigas, Alella, Barcellona, Catalunya]

Pansa Blanca, Garnacha Blanca, Godello. 11,5% alc. vol. VINO DE MESA

Fermentazione spontanea, lieviti indigeni. Maturazione per circa 10 mesi in acciaio, sulle fecce fini. Nessuna chiarifica, né filtrazione. SO2 totale: circa 30 mg/litro. Conduzione biologica.

Si annuncia con una lievissima nota di riduzione che necessita di qualche momento di aerazione. Il naso rimane alquanto ritroso, su toni terrosi e con una sensazione d’infinitesimale acetica. Poi si fa più tondo, volgendo verso una idea quasi aromatica e mantenendo una nota centrale di vegetale fresco.

Il sorso è caldo e sapido, con una netta sensazione amara di malva, di decotto.

TRAGOLARGO BLANCO 2018 [Vinessens, Villena, Alicante, Comunidad Valenciana]

Moscatel, Merseguer. 13,0% alc. vol. DO ALICANTE.

Fermentazione spontanea con lieviti indigeni, a grappolo intero. Macerazione sulle bucce. Nessuna chiarifica, né filtrazione; nessuna aggiunta di SO2. Conduzione biologica.

Profumi inequivocabili di uve aromatiche: miele chiaro, fiori, frutta a polpa gialla. Il pensiero va all’immagine dell’uva bianca matura.

In bocca si avverte tutto il contrasto dolce/salato. È un sorso sottile, ma impregnato di profumi intensi di frutta, di bouquet di fiori di campo. Una carica aromatica che si traduce mirabilmente in un assaggio limpido, verticale e salino.

TREPAT ANFORA 2016 [Casa Pardet, Verdù, Lleida, Catalunya]

Trepat in purezza. 10,5% alc. vol. VINO DE MESA.

Fermentazione spontanea tramite lieviti indigeni, in anfore da 750 e 900 litri. Affinamento sulle fecce fini per circa 8 mesi, in anfora. Nessuna chiarifica, né filtrazione; SO2 inferiore a 4 mg/litro.

La prima annusata dà l’idea di un grip da asfalto, con un goudron intenso a mascherare una certa nota di ciliegia. Emergono alcuni tratti vegetali e un che di caseario. Sensazioni di cenere. Aprendosi molto lascai trasparire note mentolate e uno speziato di anice.

L’assaggio è tenue, un vino delicato e sapido, succoso e verticale.

VN VINEL-LO TINTO [Partida Creus,Bonastre, Tarragona, Catalunya]

Garnacha Negra, Ull de Perdiu, Sumoll, Queixall de Llop, Samsò, Garrut, Trepat. 12,0% alc. vol. VINO DE MESA.

Macerazione sulle bucce da 1 a 3 giorni e fermentazione spontanea traite lieviti indigeni. Affinamento in acciaio per diversi mesi. Nessuna chiarifica, né filtrazione; nessuna aggiunta di SO2.

I profumi sono proprio carnacei e poi salmastri. Notevoli le sensazioni di ferroso, di ematico. Lievissima sfumatura acetica che sferza con la giusta pungenza. Intriganti i rimandi alle scorze d’agrumi, al pompelmo.

Il sorso è vivificante. Un assaggio fresco, succoso, lievemente sapido. Tutto giocato sui piccoli frutti aciduli è di una golosità compulsiva.

EL MARCIANO 2017 [Alfredo Maestro, Penafel, Valladolid, Castilla y Leon]

Garnacha de la Sierra de Gredos in purezza. 15,0% alc. vol. VDLT CASTILLA Y LEON.

Vigne di 70 anni coltivate in altitudine, a poco più di 1100 metri sul livello del mare. Fermentazione spontanea in vasca d’acciaio da 2000 litri e affinamento nelle stesse vasche. Nessuna chiarifica, né filtrazione; nessuna aggiunta di SO2.

Un naso pazzesco e irresistibile: Sachertorte! Caldo e morbido di cioccolato, dolce e acido di confettura d’albicocche. Fantastico pendantcon le sensazioni di tabacco e di cenere di sigaro…

Anche il sapore è in sincrono perfetto, con una nota precisa che immediatamente rimanda agli after-eight: mentolato balsamico e dolcezza di cioccolato, al latte in questo caso. Poi, ecco l’agrume spremuto…

Un vino magnifico.

LA FURGO 2013 [Vino Divertidos, Laguardia, Rioja]

Tempranillo in purezza. 13,5% alc. vol. DO RIOJA.

All’olfatto è potentissimo e oscuro, autunnale e misterioso… I profumi danno tutti l’idea di un denso frutto scuro, di un succo fluido e polposo. Una grattata di cocco. Ancora, ciliegia e cioccolato.

E l’assaggio dà in risposta un sapore classicissimo. Caldo e lievemente tannico. La presenza del legno si avverte nella morbidezza e nei tocchi esotici. I ritorni profumati sono cioccolatosi e cremosi.

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Le trasferte del Club: Champagne a La Posteria del Vin

La Posteria Del Vin, Vincenzo Dellerma, Settimo Milanese

Metti una sera fuori.
Temperatura gradevole, cielo terso e stellato. C’è chi si infila nell’ennesimo happy hour, chi si ingolosisce di un improbabile apericena…
C’è chi, invece, curioso e appassionato vuole radunare qualche altro ficcanaso delle cose buone e mette in piedi una seratina all’insegna del buon gusto e del divertimento.
Succedeva proprio lì, alla Posteria del Vin di Settimo Milanese. Vincenzo è il nostro anfitrione, curioso di vini e cultore della gastronomia. Apre le porte della sua bottega ad un manipolo di ardimentosi e, in combutta con quei due del Sommelier Social Club, s’inventa una serata da leccarsi i baffi. Il tema, del resto, era per noi un rigore a porta vuota: Champagne! Messo subito sul chi vive il terzo moschettiere, maestro di bollicine Dario Giorgi, ecco che siam pronti a intrattenere gli ospiti.

Presentate sei etichette, di sei produttori diversi. Piccole produzioni artigianali, vigneron di livello assoluto e, quindi, sconosciuti al grande pubblico. L’assortimento è stato selezionato in modo da rappresentare una varietà quanto più ampia possibile: un Assemblage; due Blanc de Blancs, di cui un Grand Cru e un Premier Cru; due Blanc de Noirs, uno da Meunier e uno da Pinot Noir; un Rosé. Da soddisfare qualsiasi gusto!

Nel mentre che noi si ciarla di Champagne e sensazioni, il buon padrone di casa fa gli onori alla sua dispensa e fa girar fra i tavoli alcune gradite leccornie: taglieri di prosciutto crudo e composizioni di formaggi, dal fresco al più stagionato, tarallini stuzzicantissimi e pane fragrante. Compare una mezza forma di Castelmagno e via a profittarne gioiosi: è giusto un’introduzione del piatto forte, preannunciato da quel magnifico occhieggiare di porcini dal loro cesto di vimini. Vincenzo si mette ai fornelli e subito crea quella magica atmosfera calda che è tipica del risotto e che a meraviglia si sposa all’ambiente raccolto del suo negozio. Un toccasana per l’umore e per la fame e per l’accompagnamento ai vini proposti nei calici.

Questo, davvero, è quello che ci piace fare: uscire a raccontare a tutti che cosa sia il vino di qualità, in maniera spontanea, semplice e divertente. E collaborare con persone entusiaste del proprio mestiere e appassionate di cose buone è una iniezione di energia!


In degustazione

Champagne JM Goulard, Prouilly, Montagne de Reims

Esprit Octavie“, Brut. Assemblaggio: Chardonnay, Meunier, Pinot Noir

Champagne Herbert Beaufort, Bouzy, Côte des Blancs, Grand Cru

Cuvée du Melomane“, Brut. Blanc de Blancs: 100% Chardonnay

Champagne Colin, Vertus, Côte des Blancs, 1er Cru

Cuvée Parallèle“, Extra-Brut. Blanc de Blancs: 100% Chardonnay

Champagne Henriet-Bazin, Villers-Marmery, Montagne de Reims

Pinot Meunier“, Brut. Blanc de Noirs: 100% Meunier

Champagne Robert Barbichon, Gyè-sur-Seine, Côte des Bar

Blanc de Noirs“, Brut. Blanc de Noirs: 100% Pinot Noir

Champagne Caillez-Lemaire, Damery, Vallée de la Marne

Rosé Brut“, Brut. Meunier e Pinot Noir

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Umbria: un cuore che batte fortissimo

Enogiro d'Italia, XVIII tappa: Umbria

Si traguarda la diciottesima tappa del nostro Enogiro d’Italia. Il nostro carrozzone – sempre agile a scavallar monti e colline – si sofferma una sera in Umbria, cuore verde d’Italia. In Umbria non c’è il mare… Eppure certi afflati salmastri lascerebbero intendere il contrario. Prova che la terra è sì incredibilmente varia da saper imitare anche le acque salate. Una regione racchiusa, compatta e movimentata: e tutta questa sua struttura abbiamo ritrovato nei vini degustati, caratteristici di visioni produttive poco inclini a compromessi. L’Umbria è un cuore ed è verde: natura credo sia la parola d’ordine di questo piccolo assortimento presentato.

Vinificazioni assolutamente personali e vini decisamente sorprendenti.

Perché il colore più chiaro non fa rima con struttura più delicata.

Perché i vini bianchi sono più tannici dei rossi.

Perché il temuto tannino del Sagrantino risulta essere flauto e non grancassa.

Perché c’è chi si diverte a fare vino e non per questo produce cose comiche.

Perché aveva ragione Jacopone da Todi e noi trasportiamo la sua affermazione dal campo di poesia al campo della vite: “Quando è chiara la lettera, non apporre oscura glossa”. Il vino si fa in vigna.


RASPATO 2018 [Cantina Annesanti, Arrone, TR]

Sangiovese, Aleatico. 10,5% alc. vol. IGT Umbria Rosato.

Vino sbidigudo, vinificato secondo una antica tarapia della Valnerina.

Sapore prematurato e profumo di piccoli posterdati rossi supercazzolati.

PS Le anima non pesano, come questo vino. Bevetelo leggeri.

Sangiovese e Aleatico

Ecco come presenta il suo frizzantino rosé Francesco Annesanti, nella retroetichetta delle bottiglie: fantasiose di creativa etichetta, stupefacenti di tappo meccanico, che mai s’era ancora visto al SoSoClub!

E così va bevuto: in allegria, in compagnia, facendoci caso ma senza filosofie, gustandolo con intenzione ma senza spaccare il capello in quattro. Il vino della merenda e della sete, nel suo meraviglioso colore velato, tra l’albicocca e il Bellini, la luce mediterranea della limonata e la sfumatura ramata della cipolla…

Il naso è pulito, fresco, citrino. Dà poi una idea di sottobosco, di bella ombra fresca in estate. Man mano che il vino si scalda ecco che i profumi si ammorbidiscono e passano dall’agrumato intenso alla spezia leggera, all’anice per esempio.

In bocca è quello che ti aspetti: acidità sparata, scorza di limone. E una frizzantezza davvero decisa, scalpitante, anche se formata da bollicine fini fini. Si avverte bene una frizione quasi astringente, una sensazione talcata e una linea ben sapida che attraversa tutto il sorso. A garganella con qualità!

 

ESIMIO 2017 [Casale Rialto, Montefalco loc. Casale, PG]

Grechettoin purezza. 14,5% alc. vol. IGT Umbria Grechetto.

Eraldo Dentici ha quel fisico lì da centro-mediano alla Riccardo Ferri, che dice subito di non saper stare fermo. Un viso serio e netto, un occhio che ha visto cose e legge indizi. Un aspetto deciso.

In altro modo non potrei definire questo suo esempio di Grechetto: deciso. Mica per tutti. Anche se il colore è una tentazione liquida: oro puro, limpido, luminoso, denso. Bellissimo.

Parte al naso con un tocco di smalto e già pensavo “ci siamo!”. Insieme arriva subito l’idea suadente e autunnale di una nocciola calda e ancora la sensazione dell’ingresso in profumeria d’antan. I profumi si dispiegano sulle note macerative, sulle bucce intense che cedono piano piano. Il floreale e il fruttato maturo arrivano baldanzosi, e ancora dietro le note di frutta secca. Poi, l’assolo morbido della nota legnosa, un profumo proprio di corteccia spessa e asciutta. Se ne esce riconoscibilissima l’albicocca essiccata, che via via prenderà grande spazio olfattivo.

E poi lo beviamo… Potentissimo! Astringente, nonostante quella presentazione trasparente. Tannico e alcolico, ma un calore di velluto prezioso, una sensazione glicerica intensa e morbidissima. Salino, in maniera molto fine e con la sua bella sensazione amaricante. Le gengive pulsano, le labbra paiono appena uscite da un bagno di mare. Potentissimo, davvero. Richiami retronasali di essiccato, di erbe e di campi, per annunciare un finale quasi da distillato, da Cognac o giù di lì… E ancora il sale, debordante.

Incredibile.

 

TREBBIANO SPOLETINO 2018 [Raìna, Montefalco, PG]

Trebbiano Spoletinoin purezza. 13,0% alc. vol. DOC Spoleto Trebbiano.

L’aspetto è tutto di un vino in naturalezza, con quel giallo dorato velato: trame di lieviti, di bucce, di particelle sconosciute… Il profumo mi colpisce con una nota quasi da idrocarburo, così appena versato, senza nulla roteare. Poi, quelle sensazioni già apprezzate volte prima: la paglia, le erbe essiccate e, su tutto, una generosa spolverata d’origano. Si leva eterea una certa nota fumé e il ricordo della pietra. Caldo rimando di goudron. L’acciottolato e il campo assolato sono l’immagine che si figura sopra questo calice, con note emergenti di frutta secca.

Francesco Mariani descriveva questo suo Spoletino come “l’Italia dell’Appennino”: è così, difatti, equilibrato e inafferrabile. Diresti introverso, perché non riesci a cogliere sentori precisi e dettagliati; ma non è scomposto, dà un’idea di buono e di ben fatto. Bisogna arrendersi: è il centro Italia, la gente che s’incontra per strada, che parla dialetto nelle piazze; è un vino schietto, vero. E non vuole essere ridotto a elucubrazione per pochi eletti.

In bocca, infine, pizzica come il sale e come le spezie. Si gusta come le erbe aromatiche sopra la pietanza e poi asciuga con certa astringenza. Solare, campestre.

 

BIANCO MACERATO 2017 [Ajola, Sugano, TR]

Procanico in purezza. 13,0% alc. vol. Vino Bianco.

Macerato lo è davvero, se l’occhio arriva a veder arancione dentro il calice. Orange e velato, come si confà ai macerativi e naturali. Jacopo Battista non è animale da palcoscenico: interamente integrato nella naturale dimensione dei suoi due ettari di vigna, sopra terreni vulcanici a 500 metri sul livello del mare. Bisogna andare a scovarlo, a quanto pare, non è homo-social. Questo suo vino è così: senza spiegazioni.

Il naso mi rimanda subito al bricolage, con una nota franchissima di vinavil. Giro, giro, giro e il palcoscenico plastico si apre sulla mia amatissima dimensione salmastra, con le conchiglie che filtrano dagli scogli e la salamoia che ammicca sapida. Più aria ancora porta ventate di liquore all’arancia, scorze d’agrumi e spirito, profumi d’amaretto.

Il sorso è astringente, un grip motociclistico, una sensazione di tranquilla ruvidezza. Agrumi che ritornano e tocco un po’ d’asfalto, di catrame. Bello fresco e con una vena sapida lunga lunga. Un goccio ne rimane, lì nel bicchiere, ad attendermi la prossima settimana…

 

LAUTIZIO 2018 [Collecapretta,Terzo La Pieve, PG]

Ciliegioloin purezza. 12,5% alc. vol. Vino Rosso.

Agricoltore e poi vignaiolo in Terzo La Pieve”.

Così afferma Vittorio Mattioli sull’etichetta di questo suo Ciliegiolo. Il vino viene dalla terra e la vite è una pianta che va coltivata: insieme agli altri frutti delle sue terre, agli ulivi, e insieme all’allevamento degli animali. Una economia circolare, di sussistenza e di mercato: indubbiamente, la concezione di tradizione all’ennesima. Ricordo la fiera milanese in cui ho incontrato i vini di Collecapretta: non c’era molto da star lì a disquisire, tanto si mostravano tutti magnifici. E qui, il loro Ciliegiolo, che tutto può essere fuorché il classico comprimario che conosciamo.

Intanto, il naso ha un attacco davvero selvatico, un proporsi animalesco e, come direbbero i saputi, “foxy”. Ma l’idea di un che di salato cova lì sotto. Con qualche boccata d’aria si addomestica un po’ e ci racconta le sue visioni di speziature, di chiodo di garofano. Un accenno di vegetale verde, di foglie d’edera. Langue dietro le quinte un qualcosa di gessoso, di polveroso minerale.

Com’è bello limpido, invece, il sorso! Succoso e fresco, spontaneo. Un filo tannico, un filo acetico. Una nota salina sottilissima e gustosa. Si ritorna a pensare ai vini da pic-nic: consideriamo il pranzo sull’aia, la domenica di sole, con i panni buoni e il servizio della festa. Buonissimo e sincero.

 

CAMPO DI RAINA 2014 [Raìna, Montefalco, PG]

Sagrantino in purezza. 15,5% alc. vol. IGT Umbria Rosso.

Vendemmia tardi, Francesco Mariani. O forse, meglio, vendemmia ancora con un senso della stagione, come chi lavora la terra è abituato a fare. Fine ottobre, per queste uve di Sagrantino che poi fermentano in acciaio, per quindici giorni più o meno. Passano – già ormai vino – alla botte grande, per un bel soggiorno di circa due anni. Poi ancora l’acciaio per un anno e, infine, un ultimo uguale periodo nel vetro della bottiglia. Tutto secondo le regole, ma di fatto qualcuno non deve aver compreso la situazione e il Sagrantino in questione esce con la semplice targa IGT: che diventa, molto spesso, la denominazione delle cose buone, fatte bene e meritevoli.

Subito un rimando all’infanzia, appoggiando il naso sopra il calice: i colori a tempera, quelli della valigetta con le chiusure a scatto, nei tubetti metallici. Nota ficcante d’inchiostro. Vino di terra, nei suoi rimandi alle foglie umide, sfatte, sopra i sentieri sterrati boschivi. Con qualche sasso qua e là: sensazione che rimanda alla pietra, a una qualche idea di minerale. Più in là parlerà anche di frutti scuri, di polpa e di maturità.

E così è in bocca: ricco, polposo, avvolgente. Una carezza calda e tannica, una sensazione sapida e talcata. I richiami alla terra, all’ombra del bosco, ci sono tutti. Il rovo e la corteccia, l’umido della rugiada e il vegetale che tende un po’ al macerato, ormai molle nei raggi non più caldi di un pieno autunno.

Maestoso.

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Francia, questa sconosciuta

Francia: vini francesi, denominazioni sconosciute

Chi dice Francia dice Champagne. Bordeaux. Borgogna.

Abbiamo provato a imbarcarci alla scoperta di alcune zone nascoste all’occhio enologico superficiale, regioni e denominazioni che spesso sfuggono alla conoscenza degli stessi francesi. Sono luoghi che abbiamo sentito nominare, certamente; magari addirittura ci abbiamo trascorso una vacanza o almeno un fine settimana. Non ci avevano detto, però, che ci si facesse anche del vino! E che vino!

Possiamo definire Tesori di Francia un goloso amuse-bouche, come dicono elegantemente i transalpini, un aperitivo intrigante che aprirà sul servizio vero e proprio. Una serie di incontri di cui speriamo parlarvi quanto prima.


PRIMITIF 2018 [Domaine Giachino, Chapareillan, Savoia]

Jacquere in purezza. 10,5% alc. vol. AOP Savoie.

La famiglia Giachino conduce da generazioni i suoi 9 ettari di vigneto alle falde del monte Granier, da diversi anni con certificazioni biologica e biodinamica. I suoli su cui dimorano le viti sono il residuo di antiche morene glaciali. Il risultato di un rimescolamento abbastanza recente, in realtà: correva l’anno 1248, allorché qualcosa come 500 milioni di metri cubi di roccia e terra crollano verso valle, trascinandosi dietro cinque intere parrocchie. Quello che ne rimane è oggi un complesso caotico molto ricco, a natura prevalentemente argillo-calcarea.

Il vino ha un aspetto molto intrigante, limpido e vivo, un oro molto tenue con riflessi vintage, tendenzialmente ramati. Il naso è delicatissimo e floreale, leggiadro come l’aria di montagna in una bella giornata di sole sul prato. L’assaggio introduce l’opposto: l’espressione è salina, la freschezza è ripulente. Un po’ più che un accenno di sensazione glicerica fa il paio con certa polposità a centro bocca. Goloso e raffinato.

 

LUNE VIEILLE DE MARS [J.L. Denois, Roquetaillade, Languedoc]

Mauzac in purezza. 11,5% alc. vol. AOP Limoux Ancestrale.

Jean Louis Denois è sicuramente un professionista del vino: nel senso che ne sa tantissimo e lo ama ancora di più. Ha girato il mondo, vecchio, nuovo e nuovissimo per non lasciarsi sfuggire nessuna occasione per imparare qualcosa: tecniche di coltivazione, assemblaggi, affinamenti, tirage… E su tutto, la convinzione che un passaggio dalle pratiche convenzionali al rispetto assoluto della natura fosse assolutamente necessario. 36 ettari nel sud della Francia, condotti in certificazione biologica, con pratiche biodinamiche: nessuna chimica di sintesi in vigna e la coerenza delle operazioni in cantina.

La luna calante di Marzo è il momento dell’imbottigliamento di questa assolutamente autentica Blanquette de Limoux, assoluto archetipo del metodo ancestrale: da quel momento riparte la rifermentazione che s’era arrestata coi rigori invernali e ci regalerà una effervescenza fine ma decisa. Siamo agli albori della storia dei vini frizzanti, alle fondamenta della leggenda dello Champagne.

Un calice che mi incuriosisce molto, nella sua veste pallida e mossa. I profumi sono rotondi, l’espressione è solare, la sensazione è quasi dolce, da mela gialla matura. Garbati sono i toni citrini, accompagnati da una lieve pasticceria di vaniglia. In bocca la frizzantezza è piuttosto viva e richiama sentori dolci e fruttati: ma non ci si inganni, perché l’impianto è costruito sull’ottima acidità, corroborata da una finissima sapidità. Quasi una carezza di talco sulle guance, il saluto finale e graziosissimo.

 

BLANC 2018 [Cantina di Torra, Oletta, Corsica]

Vermentinu in purezza. 12,4% alc. vol. AOP Patrimonio.

L’azienda di un giovane appassionato, Nicolas Mariotti Bindi, che vinifica la sua prima vendemmia nel 2007. Studi di legge a Parigi e poi la svolta vitivinicola che lo porta a girovagare per la Francia e la Corsica, dietro quella passione per il mondo del vino che deve fare i conti con la conoscenza di base: Beaujolais e poi Patrimonio, presso i pezzi da novanta del vino locale, come Arena, Giudicelli e Leccia.

La sua personale avventura parte attraverso la generosità di Henry Orenga de Gaffory, che gli presta 5 ettari di terra… Diventeranno gli attuali 15 col tempo, coltivati in regime biologico: Mursaglia, Porcellese, Lumiu, Coteaux de Patrimonio sono le parcelle da cui ricava i suoi vini territoriali, sopra le rocce calcaree dell’isola.

Un naso che esprime il carattere isolano: caldo, immagine di sabbia e profumi di fieno intenso. Un accenno di sensazioni tostate, vagamente fumé. L’assaggio è sapido, nettamente, e fresco, con un bel richiamo alla mente di campi al sole. Una certa morbidezza iniziale viene poi trasformata nel più classico degli amaricanti da sali minerali. L’idea di potenza, ma sottile e non scorbutica.

 

LES PEPETTES 2017 [Champ des Sœurs, Fitou, Languedoc]

Grenache, Syrah, Roussanne. 13,5% alc. vol. IGP Aude.

Marie e Laurent Maynadier rappresentano oggi la tredicesima generazione di vignaioli all’interno di un’azienda che affonda le radici nel XVII secolo. L’area è quella di Fitou, la più vecchia denominazione del Languedoc, affacciata sul mare e sugli stagni che punteggiano il territorio. Clima secco, brezze marine, rugiada sulle foglie: tutto è in equilibrio sopra il duro calcare del suolo. 15 ettari coltivati in regime di lotta integrata.

Eccolo, il vino della gita fuoriporta, la bottiglia che si dovrebbe sempre avere nel cestino da pic-nic… I profumi sono tutti quelli della battigia, col salmastro imperante e l’alga bagnata. Un naso esplosivo che rimanda direttamente al piretro e poi le note tostate e quelle fumé. Vaga idea vegetale sullo sfondo, come di cespugli che limitano la spiaggia verso l’entroterra. L’assaggio è una conferma che la bottiglia comunque non basta, che è un vino da bersi con l’unità di misura del secchio. Fresco e sapido, un tannino lievissimo, una sensazione di beva sottile e limpida, di puro succo.

 

PORC TOUT GAI 2016 [P-U-R, Villefranche s/Saone, Beaujolais]

Gamay in purezza. 12,5% alc. vol. AOP Beaujolais.

Una coppia che potrebbe uscire dalla commedia francese anni quaranta, quella formata da Cyril Alonso e Florian Looze: un cinema in cui si parla rurale, si vede e si vive la campagna, si prende la vita con leggerezza e si cerca di campare facendo quello che piace. Il vino è la missione unica di questi produttori: anzi, il vino n-a-t-u-r-a-l-e, senza artifici, senza aggiunte, sì che sia un vino vivo. La parola d’ordine della cantina è “trasparenza totale”. 12 ettari stesi in quella regione che non può fregiarsi del nome Borgogna, non è più Valle del Rodano e non c’entra nulla con Jura o Savoia… Una terra ribelle per vocazione, che resta l’ultimo baluardo del “fetente Gamay” contro l’orgoglioso Pinot Noir e il sogno monocolturale di Filippo l’Ardito. La provocazione è tangibile quando i due vignaioli ci ricordano che “la definizione legale europea di vino indica un prodotto ottenuto esclusivamente con la fermentazione alcolica, totale o parziale, di uve fresche, pressate o no, o di mosto di uve”: ogni aggiunta va a modificare questi termini.

Quanto di più lontano dall’immagine del “vin nouveau”, il novello dei francesi: Beaujolais è anche questo, un naso che dà smaccamente sullo smalto, la nota acetica è importante e richiede la pazienza dell’ossigeno. Ecco che poi i profumi arrivano e si tramutano in frutti scuri, in idea di radice e liquirizia, con un finale curioso e intrigante sulla sensazione di cenere. L’assaggio ci regala un bel sapore vinoso, super fresco e dalla bella nota salina. Le sensazioni ci fanno immaginare ancora i frutti scuri, maturi fino al disfacimento e poi note vegetali scure. Anche qui, un bel vino da portarsi in compagnia, da aprire-versare-bere e goderselo senza fisime infinite: se il pic-nic precedente era in Deux Cheveaux, qui recuperiamo dal garage il pullmino della Volkswagen e partiamo già cantando a squarciagola.

 

LA GOUYATE TENDRE 2018 [Chateau Barouillet, Pomport, Aquitaine]

Chenin Blanc, Muscadelle, Semillon. 12,0% alc. vol. Vin de France.

Scavando in archivio, Vincent Alexis riesce a risalire fino a otto generazioni precedenti e poi le nebbie avvolgono la storia del suo Chateau. Tanta terra, questi 45 ettari coltivati in regime biologico e suddivisi in 5 appezzamenti contigui ad una delle regioni viticole più famose al mondo: ma qui il rosso è Bergerac e non Bordeaux, il bianco dolce è Montbazillac e non Sauternes. Ogni parcella produce il suo vino e la cura dell’ambiente prevede l’affidarsi al calendario lunare e l’utilizzo di tisane e decotti per la cura e la prevenzione dei malanni delle viti.

Bello questo calice d’oro fuso, tenue e splendente. I profumi ci disorientano: c’è chi dice pasticceria, chi nomina il vegetale. All’improvviso la rivelazione: ortaggio, finocchio tagliato. Sì, è esattamente questo il primo impatto al naso: la freschezza della verdura cruda, con l’accenno di quella spezia caratteristica che è l’anice. Poi una sfumata sull’erba appena falciata, quindi l’ingresso del dolce, con una soave canditura da panettone, da panforte, da cassata, a celare appena una idea che rimanda l’immagine del cristallo di sale. L’assaggio è bizzarro parimenti, impossibile dirsi se caratterizzato da un aspetto in particolare… La dolcezza e la rotondità sono proprio un accenno, il gusto delle scorze d’agrume è vivo, la sapidità innegabile e finissima, la freschezza infinita. Spettacolare semplicità che permetterebbe d’accompagnare carni, formaggi e biscotti.

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Abruzzo, vino, natura

Vini d'Abruzzo, articolo

C’era di fronte un olmo avvolto da un rigoglio d’uva luccicante.

Elogiato l’olmo insieme alla vite che l’accompagnava, disse:

“Però se questo tronco se ne stesse lì celibe, senza tralci,

non avrebbe nulla di attraente se non le proprie fronde.

E anche la vite, che si abbandona abbracciata all’olmo,

se non gli fosse unita, per terra giacerebbe afflosciata.

Così Ovidio, nelle sue Metamorfosi. Nativo di Sulmona, attesta in questo passo il tradizionale metodo di coltivazione “a vite maritata”. Antico, antichissimo: ancora risalente agli Etruschi e al giorno d’oggi conservato quasi unicamente come documento storico, come museo vivente delle antiche pratiche agricole, in sparute aree del teramano.

Una regione dominata dalla grande montagna, l’Abruzzo: il Gran Sasso e la Majella scolpiscono tutto il territorio centrale e aprono valli dirette alla scarsissima piana verso il mare, dove andavano a sfumare le transumanze antiche. È l’idea di una natura ancora alquanto selvaggia e intatta, simboleggiata dallo spirito indomito, rassicurante ma feroce, dell’orso.


COCOCCIOLA 2017 [Cantina San Giacomo, Rocca S. Giovanni, CH]

Una realtà produttiva molto vasta, estesa su circa 300 ettari. Una cantina sociale che conta circa 200 soci. Siamo decisamente oltre i più grandi numeri che solitamente circolano per il Sommelier Social Club: ma a buon diritto abbiamo chiamato in causa Cantina San Giacomo, capace di vini ben fatti, interessanti e per nulla scontati. Per esempio, sono interpreti di un vitigno come la cococciola, sconosciuto ai più, anche in patria immagino.

Squillante nel calice, questa cococciola ha un bel naso dritto, verticale, improntato al vegetale e alle erbe aromatiche. Un accenno di salino poi, qualcosa che mi fa pensare a rocce di quarzo. Erbaceo, pulito e intenso, con un certo vagheggiare anche floreale. In bocca ha un attacco davvero salato, rinfrescato da una acidità ben sostenuta. Ci sono i richiami alle erbe aromatiche ed emerge infine una certa nota glicerica, a donare un che di morbidezza che non guasta. Senza fronzoli.

VINO BIANCO CANCELLI 2017 [Rabasco, Pianella, PE]

Iole Rabasco conduce secondo i princìpi della biodinamica i suoi circa 9 ettari di vigneti, divisi in quattro parcelle. Da cui, ogni anno, estrae le espressioni tipiche della sua terra: il bianco Trebbiano, il rosso e il cerasuolo Montepulciano. Vinificazioni estremamente naturali e affinamenti diversi, a seconda dell’etichetta di riferimento. 

Bianco da uve trebbiano, vigneto Cancelli. Giallo e velato. Il naso è dominato dalle note macerative: par proprio di sentire la frizione che le bucce fanno tra di loro nel contendersi lo spazio liquido del mosto. Tini aperti, lieviti indigeni, nessun controllo delle temperature: ci vuole la pazienza di dare ossigeno e aspettare l’emergere di nuovi sentori caldi, come la sabbia, come la paglia. Profumi non complessi, ma buoni e confortevoli, piacevoli, semplici ma affatto banali. Poi c’è la cesura dell’assaggio, quasi potente invece: sapidità a manetta e una sensazione quasi densa, una polpa che avvolge la bocca. Lunga persistenza per un vino che l’etichetta descrive “da pasto”… Avercene, pause pranzo di questo livello!

SENZANIENTE PECORINO 2017 [Marina Palusci, Pianella, PE]

Massimiliano d’Addario, già famoso per la produzione di un olio extravergine d’oliva sopraffino, è l’artefice dei vini dell’azienda di famiglia. Diverse linee di produzione proposte, tra cui le etichette Senzaniente: zero chimica in ogni passaggio, puro succo d’uva fermentato.

Eccolo, il pecorino nature, uno dei simboli dell’ampelografia abruzzese. Non serve nemmeno versarlo nel calice per farsene un’idea, perché la trasparenza della bottiglia bottiglia è studiata per far tutto risaltare, appositamente: un oro puro, lucente, ricco e meraviglioso. Il naso stesso è un’idea di calore avvolgente, ricco di profumi di erbe essiccate e con una punta leggera di salamoia. Rimandi alla polpa di frutti gialli. L’assaggio è sapido, quasi tannico. Richiami retronasali di frutti e di erbe, rosmarino e profumeria. Una complessità leggiadra, di certa persistenza e finezza.

LUCIGNOLO 2017 [Podere San Biagio, Controguerra, TE]

Incontrato in fiera, in quel di Piacenza, Jacopo Fiore si è presentato subito in linea con una certa nostra visione del vino: immediato, entusiasta, curioso e creativo.

Un uvaggio tra classico e raro, in questo calice: trebbiano e malvasia, coltivati in unico vigneto che vanta su per giù 60 vendemmie… Raccolti e vinificati insieme, con una macerazione in anfora di circa 90 giorni. Un vino che subito dichiara d’aver bisogno di respirare: aria fresca per queste note immediate di riduzione. L’ossigeno – che ricordiamo essere l’amico insostituibile dei vini vivi e vegeti –  apre il vaso dei profumi e delle sensazioni: gli effluvi di salmastro spiccano decisi, gusci e conchiglie, cozze e alghe. Ho un immediato ricordo dei colori a tempera con cui pasticciavo da bambino, con quell’effimero vagheggiar di petrolio. Il mare investe il sorso con potenza iodata, poi la stesa d’ulivi e il tannino presente. Ancora, aromi che parlano d’infusi, tisane, erbe, camomilla. E poi sale, sale, sale…  

LUSIGNOLO 2014 [Feudo d’Ugni, S. Valentino in Abruzzo Citeriore, PE]

Non ci sono parole per raccontare l’amore per questo lavoro da parte di Cristiana Galasso, una vignaiola che vive letteralmente in mezzo alla natura. Coltiva la terra per grazia di Dio e ammira il cielo di tra le fronde dei suoi ulivi. Ai piedi della montagna, con cui condivide il carattere roccioso e affascinante. Una donna con il coraggio del lupo, ma l’indole indipendente dell’orso.

“Dal basso latino Lusciniolus, diminutivo di Luscinia, voce composta di lux, luce e cinia, usato nei composti per càno, io canto; quasi dica che canta nel crepuscolo”.

Montepulciano. In tutto il suo rosato splendore. Il profumo immediato è uno sciroppo di lampone, sottile, dolce e acidulo. Piuttosto ritroso e introverso, occhieggia con l’idea di un salino potente, lì sotto. Una certa nota fumé si palesa curiosa. Assaggio senza indugio: caldissimo, con una morbidezza finissima e una sapidità penetrante. Intensa la freschezza che lavora dietro le quinte.

Quale distanza dall’assaggio d’un paio d’anni fa, con quelle note acetiche baldanzose e penetranti: due vini ben diversi, sempre caratterizzati.

ANIMAERRANTE 2017 [Di Cato, Vittorito, AQ]

Mollare un lavoro sicuro per affidarsi alle imprevedibilità della terra: è la scommessa che ha voluto giocare Mariapaola Di Cato, irrefrenabile pendolare fra Pavia e il suo Abruzzo.

Deve esserci in lui stesso qualcosa di errante, che trovi la sua gioia nel mutamento e nella transitorietà: le parole di Nietzsche, per raccontare che questo montepulciano è destinato a evolvere e poi finire. Perché è buono! Comme il faut, direbbero i francesi: è buono così, così come deve essere, con la giusta dose di rusticità, complesso il giusto, completamente equilibrato e compulsivo. I suoi profumi sono vinosi, giovani e vitali; ma anche di espressione seria, come la frutta scura e d’indole saggia, come gli afflati boschivi, umidi di terra e secchi di corteccia. Le note ferrose sono l’apice del contrasto che risulta tra il confortevole calore iniziale e il pungente freddo emergente. Ah, ma l’assaggio parla proprio del vino sincero dell’oste! Goloso e con un’acidità presente. Tannico quanto basta. Note intriganti d’amaro di radici. Succoso. E poi è finito. Vero.