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#2 Sessione Privata: vini rossi

Private Red Session, Sommelier Social Club

“Via, caro Renzo, non andate in collera, che son pronto a fare… tutto quello che dipende da me. Io, io vorrei vedervi contento; vi voglio bene io. Eh!… quando penso che stavate così bene; cosa vi mancava? V’è saltato il grillo di maritarvi…”

Seconda tappa del percorso di selezione approntato per i nostri futuri sposi.

Private Red Session, Sommelier Social Club
Private Red Session, Sommelier Social Club

Dall’idea dell’aperitivo di benvenuto e del calice per il brindisi finale siamo passati ora alla tavola. Sommelier Social Club ha approntato una sequenza di sette diversi vini rossi: dal più immediato al più complesso, dal vino leggiadro a quello sostanzioso, dal luminosissimo primaverile all’oscuro autunnale. Abbiamo cercato di considerare tutte le possibili varianti, i gusti degli invitati e gli accompagnamenti culinari. Una cosa su tutte, però: senza discussioni, la qualità e l’artigianalità delle proposte.

CA’ FIUI 2019 – Corte Sant’Alda

DOC Valpolicella. Mezzane di Sotto, Verona. Corvina 40%, Corvinone 40%, Rondinella 15%, Molinara 5%. 12,5% alc.vol.

Fermentazione spontanea in tini di legno da 40hl. Macerazione sulle bucce tra i 15 e i 20 giorni. Affinamento in tini tronco-conici di rovere per 6/10 mesi.

PIEDIROSSO CAMPI FLEGREI 2016 – Contrada Salandra

DOP Campi Flegrei. Pozzuoli, Napoli. Piedirosso 100%. 13,0% alc. vol.

Fermentazione spontanea in acciaio. Affinamento in acciaio per 18 mesi.

AI CONFINI DEL BOSCO 2018 – Mulini di Segalari

DOC Bolgheri Rosso. Bolgheri, Castagneto Carducci, Livorno. Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc 44%, Merlot 34%, Petit Verdot 14%, Syrah 8%. 13,0% alc. vol.

Fermentazione spontanea in acciaio. Macerazione sulle bucce per 15 giorni. Affinamento in botti di rovere da 23 ettolitri per 12 mesi.

POSAÙ 2019 – Maccario-Dringenberg

DOC Rossese di Dolceacqua. San Biagio della Cima, Imperia. Rossese 100%. 14,0% alc. vol.

Fermentazione spontanea in acciaio. Affinamento in acciaio per 12 mesi.

AMORE E PSICHE 2019 – Il Vino e Le Rose

Vino Rosso. Momperone, Alessandria. Nebbiolo 100%. 14,5% alc. vol.

Fermentazione spontanea in acciaio. Macerazione sulle bucce fino a 35 giorni. Affinamento in acciaio, passaggio di pochi mesi in barrique esauste.

DONESCO 2017 – Pacina

IGT Toscana Rosso. Castelnuovo Berardenga, Siena. Sangiovese 95%, Canaiolo e Ciliegiolo 5%. 15,0% alc. vol.

Fermentazione spontanea e fermentazione malo-lattica in vasche di cemento. Macerazione sulle bucce per circa 14 giorni. Affinamento in acciaio per 12 mesi.

ARTÙ 2016 – Fattoria San Lorenzo

IGT Marche Rosso. Montecarotto, Ancona. Montepulciano 60%, Sangiovese 40%. 14,0% alc. vol.

Fermentazione spontanea in tini di legno. Macerazione per circa 25 giorni. Affinamento in legno per 18 mesi.

Vuoi divertirti anche tu con la tua personalissima degustazione privata? Non esitare a contattarci: info@sommeliersocialclub.com

Private Red Session, Sommelier Social Club
I protagonisti della serata
Private Red Session, Sommelier Social Club
Dietro le quinte si preparano le sorprese…
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#1 Sessione Privata: bollicine

Private Sparkling Session, Sommelier Social Club

“Via, caro Renzo, non andate in collera, che son pronto a fare… tutto quello che dipende da me. Io, io vorrei vedervi contento; vi voglio bene io. Eh!… quando penso che stavate così bene; cosa vi mancava? V’è saltato il grillo di maritarvi…”

Dai, c’è però un aspetto davvero divertente: ci si può sbizzarrire un sacco a mettere insieme i vini per la festa!

Allora, è andata così: questi giovini fanno uno squillo al SoSoClub per chiedere lumi su qualcosa di interessante da proporre al ricevimenti. Il focus è l’aperitivo di benvenuto, per accogliere gli ospiti col botto, e poi il brindisi finale, per salutarli con qualcosa di memorabile. In linea con quello che sarà quel giorno, va da sé!

Subito messi all’opera, ecco che fiutiamo la direzione Francia e andiamo a mettere insieme un parterre interessante e vario. Perché non sai mai quali gusti puoi andare a incontrare, quando raduni persone le più disparate… E poi anche perché – non è mica un segreto – la caccia al #maibanale ci entusiasma sempre! In sostanza: abbiamo organizzato una serata di assaggi, con bella schiera di calici e rilassate chiacchiere in libertà tutte intorno. Siccome poi ci piace tanto raccontare, vi scriviamo qui quel che s’è bevuto e tanto apprezzato.

Cremant d’Alsace 2017 – Pierre Frick

Pfaffenheim, un villaggio incastonato tra le ondulazioni dei vigneti d’Alsazia. Il vino spumante di uno dei più apprezzati pionieri della vinificazione naturale. Un uvaggio di Pinot Gris e Pinot Blanc, presente anche nella variante Auxerrois. Permanenza sui lieviti di dodici mesi e residuo zuccherino intorno a 1 grammo per litro.

Esprit Octavie – Champagne J. M. Goulard

Montagne de Reims, settore del Massif de Saint-Thierry. Un classico blend champenois, Chardonnay, Pinot Noir, Meunier, arricchito dall’utilizzo di un 25% di vini di riserva, di circa 25 anni d’età media. Malolattica svolta ed evoluzione sui lieviti per quarantotto mesi. Dosaggio Brut, pari a 7 grammi/litro.

Platine, Bouzy Premier Cru – Champagne Nicolas Maillart

Vallée de la Marne, villaggio di Bouzy. Blend di Pinot Noir, Chardonnay, Meunier con una aggiunta di vini di riserva pari al 50%. Fermentazione spontanea per il vino base svolta in legno nuovo, per circa una metà della massa. Malolattica non svolta. Più di 36 mesi sui lieviti. Dosaggio Brut, pari a 6 grammi/litro.

Héritage Blanc de Meunier – Champagne André Heucq

Vallée de la Marne, Meunier in purezza da vigne di trent’anni d’età media. Vinificazione in acciaio e malolattica svolta. Quarantotto mesi di evoluzione sui lieviti. Dosaggio Extra-Brut, inferiore a 4 grammi/litro.

Cremant d’Alsace Brut 0 14/15 – Domaine Julien Meyer

Nothalten, Alsazia: la base operativa del biodinamico intransigente e misterioso Patrick Meyer. Cuvée di Pinot Blanc e Auxerrois che riposa sui lieviti per sessanta mesi prima del degorgement. Come il nome suggerisce è un Pas Dosé.

Rosé Brut – Champagne Caillez-Lemaire

Vallée de la Marne. Un blend al 75% Meunier e 25% Pinot Noir. Cuvée elaborata con il 30% di solera rosé e il tocco di vin rouge per l’8%. Dosaggio Brut, pari a 7 grammi/litro.

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Indovina quale bottiglia è stata inserita per scherzo?
Nessuna aspettativa se non il giudizio dei sensi…
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Chi si merita le tue bottiglie?

Volnay 1er Cru Les Caillerets 2012, Domaine Joseph Voillot

L’inizio del nuovo anno coincide inevitabile con la lista dei buoni propositi: ardimentosa operazione di risciacquo della coscienza, quando non onirica visione d’artificiali paradisi, in preda all’estasi dei brindisi finali. Voglio dare invece il la a questo 2021 con un atto di sincerità, una confessione che mi alleggerirà il cuore e al contempo andrà a smascherare quanti di voi quattro lettori la pensano come me: vedo già l’ondeggiare affermativo delle vostre teste sospiranti.

A chi concedete l’accesso alla vostra cantina?

Parlo qui in senso assolutamente ampio e non solo di vani immobiliari espressamente dedicati agli irraggiungibili spendaccioni: sentiatevi tutti coinvolti. Parlo, per quel che mi riguarda, di una semplice stanza che sta sotto il piano terra, colle pareti bianche e, a tratto a tratto, vagamente scrostate dall’umidità facilmente avvertibile, il pavimento non più in cemento ma rivestito di piastrelle scure, unica concessione al lusso; di un posto freddo d’inverno e più caldo d’estate, ancora illuminato da essenziali lampadine appese al loro filo – “rational nordic design” potrei sottolineare – nonostante ripetuti e vaghi e visionari progetti di finiture più precise, emozionali, definitive. Un posto, insomma, che si offre con l’utilità di mille possibili indirizzi, secondando dignitosamente il pallino dell’utente di sorta. Lo vedevo vestire quindi, in origine, i panni di un magazzino per ricambi di motociclette, per poi lentamente tramutarsi – non condividendo io il medesimo fervore motociclistico del suocero – in mezzo sgabuzzino e mezzo deposito di bottiglie e, via via, in definitiva cantina. La genesi furono quegli scaffali metallici, banali in ogni più comune garage, accoglienti quella decina di flaconi razzolati evidenziando coi cerchiolini le offerte sui depliant del super… E poi, a mano a mano che l’interesse aumenta, che la curiosità più si fa pressante e il desiderio diviene urgenza, ecco il raddoppiarsi, il triplicarsi delle mensole: ma né lo spazio, né l’occhio che vuole la sua parte sono già più soddisfatti e allora è l’avvento delle rastrelliere, belle di professionale aspetto, di legno e di metallo forgiate. Ancora, il gironzolare per lidi enoici porta vento creativo ed ecco comparire i bancali – Epal rigorosamente, che sono tutti uguali – all’uopo modificati e finanche, sospinte da afflati di certa ambizione, le ataviche pupitre, per gli spumanti capovolti. Alloggio in un’asola di un sostegno un termometro recuperato, colonnina di mercurio che dice cose varie in stagioni diverse e sempre mi fa agognare quelle stanze quasi vaticane, regolate d’umido e di clima, spaziose il giusto, logisticamente ineccepibili, stilisticamente perfette. Ma scender quei gradini è sempre entrare in uno spazio accogliente ed esigente: la cantina è una stanza mai finita, un campionato incomparabile allo sceglier colore di pareti o tende o piastrelle. Quei gradini li scendo solo; tutt’al più accompagnato, eventualmente raramente, da un qualche ficcanaso che deve ben sapere di dover vestire i compiacenti panni dell’ammiratore: o che se ne stia al piano terra se no! Per poi ammirare, attenzione, il cronico disordine e l’illuminazione provvisoria…

Nel mentre prende forma la mobilia, di pari passo si sviluppa un gusto, o forse è viceversa, chi lo sa: sta di fatto che il volantino ora è valido fondale al sacco del pattume. La cerca delle bottiglie segue nuove e più avvincenti tracce, si muove per incontri e per racconti: non più uno schematico backstage, ma un palcoscenico dal vivo, col riflettore acceso sull’artista che dà vita alla materia uva. Ed eccolo, il primo fondamentale punto, croce e delizia, ferro e piuma. Dal momento che l’amico e il parente riconoscono in voi gli appassionati, il vino diviene l’illuminazione a soccorso di ogni stressante momento di ricerca regali. Il dono: un semplice modo in cui le bottiglie scendono in cantina.

Gli amici e i parenti sono di partito vario: chi vi conosce bene e chi non vi conosce. A prescindere da quale sponda abitino, essi potranno comportarsi con voi in vario modo e con risultati tra il sorprendente e l’allucinante. Se alla porta si presenta chi è al par di me appassionato posso esser tentato d’aprire e fare entrare in maniera spontanea, ma non avrò comunque certezza che di vino buono si tratterà: devo sperare che la passione in questione sia condivisa e non contrastante su gusti e, sopra tutto, su produttori. Ma altrettanto facilmente potrebbe suonare il campanello uno spaventato: timoroso dell’entrare in casa di un saputo e quindi dell’insormontabile problema di come poter rimediare una bella figura con l’oggetto di tanta passione. La paura e l’insicurezza generano mostri e un vino acquistato unicamente per non lasciarci le mani vuote ad un invito sarà sicuramente fallace. Sul binario parallelo, però, mi accorgo corrono anche i conoscenti che scelgono altra via d’approccio, affatto contestabile e, anzi, vieppiù auspicabile e leggiadra. Son quelli che, consci di seguitar fedi diverse o di nulla sapere né importarsene del vino, non confezionano presenti enoici e bussano all’ingresso a mani libere. Evidentemente, non potranno che vincere.

Al di là della generosità altrui, il vero motivo per cui esiste una cantina in una casa è – va da sé – quello dell’essere alimentata dalla sete del proprietario, dalle ricerche a mo’ di segugio drogato, agli inciampi fortunati in sorprese preziose. L’acquisto è momento di sfaccettature variegate e inenarrabili: compulsivo o cadenzato, progettato o ad cazzum, curioso su propria linea personale o curioso sulla linea del sentito dire, Big Gatsby style o austerity-mode on, on line o in presenza, intimo o social addicted… L’acquisto prevede una conseguenza pressante, che trova risposte provvisorie secondando il sentire del momento, ma può presto divenire insopportabile: come organizzate la vostra cantina? L’ordine alfabetico? Per produttore o per vino? L’ordine regionale? I bianchi divisi dai rossi divisi dai rosati divisi dai frizzanti? Tutto insieme, ‘ndo cojo cojo? Bottiglie divise per denominazione? Una questione – mi rendo conto – incessante e sfibrante, che assomma tutte le possibilità di catalogazione: come organizzate la vostra libreria, la vostra raccolta di vinili, la vostra collezione di Mio Mini Pony?

Cantina, pupitre. Epernay, Champagne

Chi si merita le vostre bottiglie?

Infine, quando tutto sarà accolto, acquistato, sistemato, inventariato, l’epocale esame s’affaccerà alla nostra coscienza: quando aprirò queste bottiglie? Quando permetterò che l’occasione sia tale perché il vino agognato s’evapori dalla sua gelosa magione? E qui sta il secondo, fondamentale e inamovibile punto di tutta la faccenda sotterranea: l’avaro dottor Jekyll urla il suo formidabile rifiuto in faccia al signor Hyde, scialacquatore. Perché l’aver messo da parte mi fa sentir come formica tranquilla sulle sue riserve di viveri e quando il numero troppo s’abbassa suona inarrestabile il suono d’allarme, come il grido dell’elegante donna mondana che, dinanzi l’armadio aperto, strilli “Non ho niente da mettermi!”. C’è una vena, forse manco tanto sottile, di doloroso collezionismo intorno alle bottiglie che deposito in cantina, una cupidigia non per forza dedicata solo alle etichette più costose.

Il vino che arriva sulla spinta della semplice curiosità racchiude un senso prezioso di scoperta. A chi aprirò – e perché poi dovrei farlo – un vino che mi sono guadagnato in base ai miei gusti e alla mia ricerca? Un’idea che va spesso accompagnandosi al banalissimo “E se poi non piace?”: meglio quindi che me lo beva io in separata sede, quando sarà… Sul lato delle bottiglie regalate, invece, ecco che si chiamerà in causa un certo legame più o meno affettivo. Non sono costate niente, è vero, ma sono comunque messaggio della persona che donò e anche magari dell’evento a causa del quale arrivarono. Ecco, sorge l’idea che vadano consumate in una medesima occasione, quando possa trattarsi di compleanno, d’anniversario, di obiettivo generico raggiunto; oppure, aperte con la medesima persona, quando tornerà in visita. Il problema che alcune di queste bottiglie generano è il medesimo delle bottiglie che impolverano dietro l’angolo buio del sottoscala: le antiche cose di assoluta pochezza che s’erano ammucchiate – e fortunatamente poi dimenticate – all’epoca dei volantini del super. La ragione d’una non-apertura diviene allora qui una sorta di concessione di grazia al proprio e all’ospite palato: perché, dal momento che si viene riconosciuti quali appassionati, risulterà oltremodo sconveniente offrire vini industriali. Gli stessi che non ci si concede nemmeno in giorni semplici. E intanto stanno lì…

Il luogo è motivo di grande peso. A proposito di legami affettivi, se si ritorna con una bottiglia da un posto visitato è segno che il posto è stato apprezzato. Oppure, che in quel luogo non c’era niente di bello fuor che quel vino lì, dietro una vetrina: che avrà allora il merito di poter trasformare in prodigioso un posto da nulla. Il souvenir di un luogo visitato è feticcio potentissimo, tanto che ci spingeva, allora imberbi e ingenui, a portarci a casa statuine di dubbia fattura, scintillanti e mutevoli di colore; brutte assai, ma a tal punto totemiche da non azzardarci a gettarle, se non all’occasione di accidentale caduta e sbriciolamento. Figuriamoci, ora adulti e accorti, cosa può significare un vino, nettare prezioso agli dei! È sigillo d’un periplo compiutamente realizzato, d’una vacanza dagli indimenticabili toni, d’un luogo sulla terra in cui pezzetti di noi han piantato radici. Come puoi pensare d’aprire, per te e per gli altri, cotanto fato liquido?

Ma il momento è il motivo più forte di tutti. Il momento trascende il luogo, poiché l’acquisto può anche essere banale, per mezzo di brutale attrezzo elettronico. Il momento trascende la scoperta per curiosità, poiché l’acquisto è il traguardo d’una caccia o il decidersi dopo un racconto e un assaggio. Il momento è un’atmosfera in cui ci si trovava a parlare di vino, a bere vino e a volersi portare a casa quel segno – hic et nunc o per successiva ricerca – come un trofeo che dica “Tu c’eri! Io ne sono la prova!”. Ma il momento significa anche l’anno della vendemmia: ed è questo il monte più invalicabile, la quercia profondissimamente e più tenacemente radicata, del serpeggiante spirito collezionistico anti-stappatura. Appropriarsi di una bottiglia prodotta da vigne conosciute, da vignaioli ammirati e nell’anno di un evento che ci è pietra miliare di vita… E cosa potrebbe mai aver diritto a maggior spirito di difesa dal perverso desiderio di assaggio? L’anno giusto è il fuori-categoria, una selezione che merita il suo spazio a parte, la rastrelliera migliore della cantina: non valgono qui regole di ordine, di colore, di produzione. Non plus ultra!

Vero è anche – però e in definitiva – che il vino è coacervo di storie, sue proprie dei bevitori, che hanno un sol modo di rendersi palesi. In questo siam tutti d’accordo: il vino va bevuto!

Volnay 1er Cru Les Caillerets 2012, Domaine Joseph Voillot

E con i cerebrali ingranaggi che macinavano simili ragionamenti, nel dì di Capodanno scesi alla cantina per onorare il pranzo con questo vino e due amici. Souvenir d’un luogo, d’una scoperta e d’un momento: e perciò inarrivabile.

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Spagna: terra di estrema natura

20191118_Estremamente Spagna

La Spagna si rivela una terra interessante e decisamente meritevole di una rilettura.

Distesa lì un po’ ai margini dell’Europa, fa spesso dimenticare di essere da tempo il primo vigneto mondiale per estensione e sempre ai vertici della produzione, per quanto riguarda gli ettolitri vinificati ogni anno. Ma la cosa più caratteristica ed entusiasmante riguarda le uve diffuse nella penisola: forse mai come qui, i vitigni internazionali sono relegati in soffitta, a tutto vantaggio delle centinaia e centinaia di autoctoni veraci. E questa attenzione al dettaglio territoriale si palesa in una riscoperta delle differenze nella produzione, che si discosta alquanto – ormai e per fortuna – dalla classica idea di vini palestrati e muscolari, tutta struttura e niente emozione. Va di pari passo, questo risveglio della sensibilità dei vignaioli, con la diffusione dell’idea di vino naturale: che, guarda un po’, difficilmente viene accostata al territorio iberico, quanto più spesso a Francia in primis e poi Italia.

Anche in Spagna, invece, abbiamo potuto incontrare validissimi esempi di vinificazioni senza chimica e tutte votate all’esaltazione della vigna in cantina. Nelle regioni e denominazioni più nascoste, che forse meglio si prestano alle sperimentazioni, non avendo nulla da perdere, si direbbe. Ma anche, più sorprendentemente, nelle grandi e famose regioni come Rioja e Ribera del Duero…

Una serata, quindi, che non poteva più attendere. E che serata!


FANFARRIA BLANCO 2015 [Dominio del Urogallo, Cangas del Narcea, Asturie, Galizia]

Albarin Blanco, Albillo. 12,0% alc. vol. VINO DE MESA

Fermentazione spontanea con lieviti indigeni, in barrique borgognone a bassa tostatura. Affinamento per circa 18 mesi in piccole botti usate di rovere e in acciaio. Nessuna chiarifica, né filtrazione; nessuna aggiunta di SO2. Pratiche biodinamiche.

Un naso molto pulito. Floreale e fruttato di mela, con sentori dolci e aciduli. I profumi suggeriscono una beva secca e tesa: l’idea che si forma è quella di una cava di pietra, della polvere da sparo.

In bocca è subito un tripudio di sapidità, tanto da dare quasi l’idea di frizzantezza. Sorso caldo, bellissimi richiami agrumati.

LA CANYA 2018 [Oriol Artigas, Alella, Barcellona, Catalunya]

Pansa Blanca, Garnacha Blanca, Godello. 11,5% alc. vol. VINO DE MESA

Fermentazione spontanea, lieviti indigeni. Maturazione per circa 10 mesi in acciaio, sulle fecce fini. Nessuna chiarifica, né filtrazione. SO2 totale: circa 30 mg/litro. Conduzione biologica.

Si annuncia con una lievissima nota di riduzione che necessita di qualche momento di aerazione. Il naso rimane alquanto ritroso, su toni terrosi e con una sensazione d’infinitesimale acetica. Poi si fa più tondo, volgendo verso una idea quasi aromatica e mantenendo una nota centrale di vegetale fresco.

Il sorso è caldo e sapido, con una netta sensazione amara di malva, di decotto.

TRAGOLARGO BLANCO 2018 [Vinessens, Villena, Alicante, Comunidad Valenciana]

Moscatel, Merseguer. 13,0% alc. vol. DO ALICANTE.

Fermentazione spontanea con lieviti indigeni, a grappolo intero. Macerazione sulle bucce. Nessuna chiarifica, né filtrazione; nessuna aggiunta di SO2. Conduzione biologica.

Profumi inequivocabili di uve aromatiche: miele chiaro, fiori, frutta a polpa gialla. Il pensiero va all’immagine dell’uva bianca matura.

In bocca si avverte tutto il contrasto dolce/salato. È un sorso sottile, ma impregnato di profumi intensi di frutta, di bouquet di fiori di campo. Una carica aromatica che si traduce mirabilmente in un assaggio limpido, verticale e salino.

TREPAT ANFORA 2016 [Casa Pardet, Verdù, Lleida, Catalunya]

Trepat in purezza. 10,5% alc. vol. VINO DE MESA.

Fermentazione spontanea tramite lieviti indigeni, in anfore da 750 e 900 litri. Affinamento sulle fecce fini per circa 8 mesi, in anfora. Nessuna chiarifica, né filtrazione; SO2 inferiore a 4 mg/litro.

La prima annusata dà l’idea di un grip da asfalto, con un goudron intenso a mascherare una certa nota di ciliegia. Emergono alcuni tratti vegetali e un che di caseario. Sensazioni di cenere. Aprendosi molto lascai trasparire note mentolate e uno speziato di anice.

L’assaggio è tenue, un vino delicato e sapido, succoso e verticale.

VN VINEL-LO TINTO [Partida Creus,Bonastre, Tarragona, Catalunya]

Garnacha Negra, Ull de Perdiu, Sumoll, Queixall de Llop, Samsò, Garrut, Trepat. 12,0% alc. vol. VINO DE MESA.

Macerazione sulle bucce da 1 a 3 giorni e fermentazione spontanea traite lieviti indigeni. Affinamento in acciaio per diversi mesi. Nessuna chiarifica, né filtrazione; nessuna aggiunta di SO2.

I profumi sono proprio carnacei e poi salmastri. Notevoli le sensazioni di ferroso, di ematico. Lievissima sfumatura acetica che sferza con la giusta pungenza. Intriganti i rimandi alle scorze d’agrumi, al pompelmo.

Il sorso è vivificante. Un assaggio fresco, succoso, lievemente sapido. Tutto giocato sui piccoli frutti aciduli è di una golosità compulsiva.

EL MARCIANO 2017 [Alfredo Maestro, Penafel, Valladolid, Castilla y Leon]

Garnacha de la Sierra de Gredos in purezza. 15,0% alc. vol. VDLT CASTILLA Y LEON.

Vigne di 70 anni coltivate in altitudine, a poco più di 1100 metri sul livello del mare. Fermentazione spontanea in vasca d’acciaio da 2000 litri e affinamento nelle stesse vasche. Nessuna chiarifica, né filtrazione; nessuna aggiunta di SO2.

Un naso pazzesco e irresistibile: Sachertorte! Caldo e morbido di cioccolato, dolce e acido di confettura d’albicocche. Fantastico pendantcon le sensazioni di tabacco e di cenere di sigaro…

Anche il sapore è in sincrono perfetto, con una nota precisa che immediatamente rimanda agli after-eight: mentolato balsamico e dolcezza di cioccolato, al latte in questo caso. Poi, ecco l’agrume spremuto…

Un vino magnifico.

LA FURGO 2013 [Vino Divertidos, Laguardia, Rioja]

Tempranillo in purezza. 13,5% alc. vol. DO RIOJA.

All’olfatto è potentissimo e oscuro, autunnale e misterioso… I profumi danno tutti l’idea di un denso frutto scuro, di un succo fluido e polposo. Una grattata di cocco. Ancora, ciliegia e cioccolato.

E l’assaggio dà in risposta un sapore classicissimo. Caldo e lievemente tannico. La presenza del legno si avverte nella morbidezza e nei tocchi esotici. I ritorni profumati sono cioccolatosi e cremosi.

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Le trasferte del Club: Champagne a La Posteria del Vin

La Posteria Del Vin, Vincenzo Dellerma, Settimo Milanese

Metti una sera fuori.
Temperatura gradevole, cielo terso e stellato. C’è chi si infila nell’ennesimo happy hour, chi si ingolosisce di un improbabile apericena…
C’è chi, invece, curioso e appassionato vuole radunare qualche altro ficcanaso delle cose buone e mette in piedi una seratina all’insegna del buon gusto e del divertimento.
Succedeva proprio lì, alla Posteria del Vin di Settimo Milanese. Vincenzo è il nostro anfitrione, curioso di vini e cultore della gastronomia. Apre le porte della sua bottega ad un manipolo di ardimentosi e, in combutta con quei due del Sommelier Social Club, s’inventa una serata da leccarsi i baffi. Il tema, del resto, era per noi un rigore a porta vuota: Champagne! Messo subito sul chi vive il terzo moschettiere, maestro di bollicine Dario Giorgi, ecco che siam pronti a intrattenere gli ospiti.

Presentate sei etichette, di sei produttori diversi. Piccole produzioni artigianali, vigneron di livello assoluto e, quindi, sconosciuti al grande pubblico. L’assortimento è stato selezionato in modo da rappresentare una varietà quanto più ampia possibile: un Assemblage; due Blanc de Blancs, di cui un Grand Cru e un Premier Cru; due Blanc de Noirs, uno da Meunier e uno da Pinot Noir; un Rosé. Da soddisfare qualsiasi gusto!

Nel mentre che noi si ciarla di Champagne e sensazioni, il buon padrone di casa fa gli onori alla sua dispensa e fa girar fra i tavoli alcune gradite leccornie: taglieri di prosciutto crudo e composizioni di formaggi, dal fresco al più stagionato, tarallini stuzzicantissimi e pane fragrante. Compare una mezza forma di Castelmagno e via a profittarne gioiosi: è giusto un’introduzione del piatto forte, preannunciato da quel magnifico occhieggiare di porcini dal loro cesto di vimini. Vincenzo si mette ai fornelli e subito crea quella magica atmosfera calda che è tipica del risotto e che a meraviglia si sposa all’ambiente raccolto del suo negozio. Un toccasana per l’umore e per la fame e per l’accompagnamento ai vini proposti nei calici.

Questo, davvero, è quello che ci piace fare: uscire a raccontare a tutti che cosa sia il vino di qualità, in maniera spontanea, semplice e divertente. E collaborare con persone entusiaste del proprio mestiere e appassionate di cose buone è una iniezione di energia!


In degustazione

Champagne JM Goulard, Prouilly, Montagne de Reims

Esprit Octavie“, Brut. Assemblaggio: Chardonnay, Meunier, Pinot Noir

Champagne Herbert Beaufort, Bouzy, Côte des Blancs, Grand Cru

Cuvée du Melomane“, Brut. Blanc de Blancs: 100% Chardonnay

Champagne Colin, Vertus, Côte des Blancs, 1er Cru

Cuvée Parallèle“, Extra-Brut. Blanc de Blancs: 100% Chardonnay

Champagne Henriet-Bazin, Villers-Marmery, Montagne de Reims

Pinot Meunier“, Brut. Blanc de Noirs: 100% Meunier

Champagne Robert Barbichon, Gyè-sur-Seine, Côte des Bar

Blanc de Noirs“, Brut. Blanc de Noirs: 100% Pinot Noir

Champagne Caillez-Lemaire, Damery, Vallée de la Marne

Rosé Brut“, Brut. Meunier e Pinot Noir

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Umbria: un cuore che batte fortissimo

Enogiro d'Italia, XVIII tappa: Umbria

Si traguarda la diciottesima tappa del nostro Enogiro d’Italia. Il nostro carrozzone – sempre agile a scavallar monti e colline – si sofferma una sera in Umbria, cuore verde d’Italia. In Umbria non c’è il mare… Eppure certi afflati salmastri lascerebbero intendere il contrario. Prova che la terra è sì incredibilmente varia da saper imitare anche le acque salate. Una regione racchiusa, compatta e movimentata: e tutta questa sua struttura abbiamo ritrovato nei vini degustati, caratteristici di visioni produttive poco inclini a compromessi. L’Umbria è un cuore ed è verde: natura credo sia la parola d’ordine di questo piccolo assortimento presentato.

Vinificazioni assolutamente personali e vini decisamente sorprendenti.

Perché il colore più chiaro non fa rima con struttura più delicata.

Perché i vini bianchi sono più tannici dei rossi.

Perché il temuto tannino del Sagrantino risulta essere flauto e non grancassa.

Perché c’è chi si diverte a fare vino e non per questo produce cose comiche.

Perché aveva ragione Jacopone da Todi e noi trasportiamo la sua affermazione dal campo di poesia al campo della vite: “Quando è chiara la lettera, non apporre oscura glossa”. Il vino si fa in vigna.


RASPATO 2018 [Cantina Annesanti, Arrone, TR]

Sangiovese, Aleatico. 10,5% alc. vol. IGT Umbria Rosato.

Vino sbidigudo, vinificato secondo una antica tarapia della Valnerina.

Sapore prematurato e profumo di piccoli posterdati rossi supercazzolati.

PS Le anima non pesano, come questo vino. Bevetelo leggeri.

Sangiovese e Aleatico

Ecco come presenta il suo frizzantino rosé Francesco Annesanti, nella retroetichetta delle bottiglie: fantasiose di creativa etichetta, stupefacenti di tappo meccanico, che mai s’era ancora visto al SoSoClub!

E così va bevuto: in allegria, in compagnia, facendoci caso ma senza filosofie, gustandolo con intenzione ma senza spaccare il capello in quattro. Il vino della merenda e della sete, nel suo meraviglioso colore velato, tra l’albicocca e il Bellini, la luce mediterranea della limonata e la sfumatura ramata della cipolla…

Il naso è pulito, fresco, citrino. Dà poi una idea di sottobosco, di bella ombra fresca in estate. Man mano che il vino si scalda ecco che i profumi si ammorbidiscono e passano dall’agrumato intenso alla spezia leggera, all’anice per esempio.

In bocca è quello che ti aspetti: acidità sparata, scorza di limone. E una frizzantezza davvero decisa, scalpitante, anche se formata da bollicine fini fini. Si avverte bene una frizione quasi astringente, una sensazione talcata e una linea ben sapida che attraversa tutto il sorso. A garganella con qualità!

 

ESIMIO 2017 [Casale Rialto, Montefalco loc. Casale, PG]

Grechettoin purezza. 14,5% alc. vol. IGT Umbria Grechetto.

Eraldo Dentici ha quel fisico lì da centro-mediano alla Riccardo Ferri, che dice subito di non saper stare fermo. Un viso serio e netto, un occhio che ha visto cose e legge indizi. Un aspetto deciso.

In altro modo non potrei definire questo suo esempio di Grechetto: deciso. Mica per tutti. Anche se il colore è una tentazione liquida: oro puro, limpido, luminoso, denso. Bellissimo.

Parte al naso con un tocco di smalto e già pensavo “ci siamo!”. Insieme arriva subito l’idea suadente e autunnale di una nocciola calda e ancora la sensazione dell’ingresso in profumeria d’antan. I profumi si dispiegano sulle note macerative, sulle bucce intense che cedono piano piano. Il floreale e il fruttato maturo arrivano baldanzosi, e ancora dietro le note di frutta secca. Poi, l’assolo morbido della nota legnosa, un profumo proprio di corteccia spessa e asciutta. Se ne esce riconoscibilissima l’albicocca essiccata, che via via prenderà grande spazio olfattivo.

E poi lo beviamo… Potentissimo! Astringente, nonostante quella presentazione trasparente. Tannico e alcolico, ma un calore di velluto prezioso, una sensazione glicerica intensa e morbidissima. Salino, in maniera molto fine e con la sua bella sensazione amaricante. Le gengive pulsano, le labbra paiono appena uscite da un bagno di mare. Potentissimo, davvero. Richiami retronasali di essiccato, di erbe e di campi, per annunciare un finale quasi da distillato, da Cognac o giù di lì… E ancora il sale, debordante.

Incredibile.

 

TREBBIANO SPOLETINO 2018 [Raìna, Montefalco, PG]

Trebbiano Spoletinoin purezza. 13,0% alc. vol. DOC Spoleto Trebbiano.

L’aspetto è tutto di un vino in naturalezza, con quel giallo dorato velato: trame di lieviti, di bucce, di particelle sconosciute… Il profumo mi colpisce con una nota quasi da idrocarburo, così appena versato, senza nulla roteare. Poi, quelle sensazioni già apprezzate volte prima: la paglia, le erbe essiccate e, su tutto, una generosa spolverata d’origano. Si leva eterea una certa nota fumé e il ricordo della pietra. Caldo rimando di goudron. L’acciottolato e il campo assolato sono l’immagine che si figura sopra questo calice, con note emergenti di frutta secca.

Francesco Mariani descriveva questo suo Spoletino come “l’Italia dell’Appennino”: è così, difatti, equilibrato e inafferrabile. Diresti introverso, perché non riesci a cogliere sentori precisi e dettagliati; ma non è scomposto, dà un’idea di buono e di ben fatto. Bisogna arrendersi: è il centro Italia, la gente che s’incontra per strada, che parla dialetto nelle piazze; è un vino schietto, vero. E non vuole essere ridotto a elucubrazione per pochi eletti.

In bocca, infine, pizzica come il sale e come le spezie. Si gusta come le erbe aromatiche sopra la pietanza e poi asciuga con certa astringenza. Solare, campestre.

 

BIANCO MACERATO 2017 [Ajola, Sugano, TR]

Procanico in purezza. 13,0% alc. vol. Vino Bianco.

Macerato lo è davvero, se l’occhio arriva a veder arancione dentro il calice. Orange e velato, come si confà ai macerativi e naturali. Jacopo Battista non è animale da palcoscenico: interamente integrato nella naturale dimensione dei suoi due ettari di vigna, sopra terreni vulcanici a 500 metri sul livello del mare. Bisogna andare a scovarlo, a quanto pare, non è homo-social. Questo suo vino è così: senza spiegazioni.

Il naso mi rimanda subito al bricolage, con una nota franchissima di vinavil. Giro, giro, giro e il palcoscenico plastico si apre sulla mia amatissima dimensione salmastra, con le conchiglie che filtrano dagli scogli e la salamoia che ammicca sapida. Più aria ancora porta ventate di liquore all’arancia, scorze d’agrumi e spirito, profumi d’amaretto.

Il sorso è astringente, un grip motociclistico, una sensazione di tranquilla ruvidezza. Agrumi che ritornano e tocco un po’ d’asfalto, di catrame. Bello fresco e con una vena sapida lunga lunga. Un goccio ne rimane, lì nel bicchiere, ad attendermi la prossima settimana…

 

LAUTIZIO 2018 [Collecapretta,Terzo La Pieve, PG]

Ciliegioloin purezza. 12,5% alc. vol. Vino Rosso.

Agricoltore e poi vignaiolo in Terzo La Pieve”.

Così afferma Vittorio Mattioli sull’etichetta di questo suo Ciliegiolo. Il vino viene dalla terra e la vite è una pianta che va coltivata: insieme agli altri frutti delle sue terre, agli ulivi, e insieme all’allevamento degli animali. Una economia circolare, di sussistenza e di mercato: indubbiamente, la concezione di tradizione all’ennesima. Ricordo la fiera milanese in cui ho incontrato i vini di Collecapretta: non c’era molto da star lì a disquisire, tanto si mostravano tutti magnifici. E qui, il loro Ciliegiolo, che tutto può essere fuorché il classico comprimario che conosciamo.

Intanto, il naso ha un attacco davvero selvatico, un proporsi animalesco e, come direbbero i saputi, “foxy”. Ma l’idea di un che di salato cova lì sotto. Con qualche boccata d’aria si addomestica un po’ e ci racconta le sue visioni di speziature, di chiodo di garofano. Un accenno di vegetale verde, di foglie d’edera. Langue dietro le quinte un qualcosa di gessoso, di polveroso minerale.

Com’è bello limpido, invece, il sorso! Succoso e fresco, spontaneo. Un filo tannico, un filo acetico. Una nota salina sottilissima e gustosa. Si ritorna a pensare ai vini da pic-nic: consideriamo il pranzo sull’aia, la domenica di sole, con i panni buoni e il servizio della festa. Buonissimo e sincero.

 

CAMPO DI RAINA 2014 [Raìna, Montefalco, PG]

Sagrantino in purezza. 15,5% alc. vol. IGT Umbria Rosso.

Vendemmia tardi, Francesco Mariani. O forse, meglio, vendemmia ancora con un senso della stagione, come chi lavora la terra è abituato a fare. Fine ottobre, per queste uve di Sagrantino che poi fermentano in acciaio, per quindici giorni più o meno. Passano – già ormai vino – alla botte grande, per un bel soggiorno di circa due anni. Poi ancora l’acciaio per un anno e, infine, un ultimo uguale periodo nel vetro della bottiglia. Tutto secondo le regole, ma di fatto qualcuno non deve aver compreso la situazione e il Sagrantino in questione esce con la semplice targa IGT: che diventa, molto spesso, la denominazione delle cose buone, fatte bene e meritevoli.

Subito un rimando all’infanzia, appoggiando il naso sopra il calice: i colori a tempera, quelli della valigetta con le chiusure a scatto, nei tubetti metallici. Nota ficcante d’inchiostro. Vino di terra, nei suoi rimandi alle foglie umide, sfatte, sopra i sentieri sterrati boschivi. Con qualche sasso qua e là: sensazione che rimanda alla pietra, a una qualche idea di minerale. Più in là parlerà anche di frutti scuri, di polpa e di maturità.

E così è in bocca: ricco, polposo, avvolgente. Una carezza calda e tannica, una sensazione sapida e talcata. I richiami alla terra, all’ombra del bosco, ci sono tutti. Il rovo e la corteccia, l’umido della rugiada e il vegetale che tende un po’ al macerato, ormai molle nei raggi non più caldi di un pieno autunno.

Maestoso.